Quantitative easing: stimoli quasi finiti, Draghi sempre più solo

Gli stimoli monetari della BCE sempre più controversi, alla luce dei dati sull'inflazione nell'Eurozona. Il governatore Mario Draghi non può permettersi, però, un passo falso.

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Gli stimoli monetari della BCE sempre più controversi, alla luce dei dati sull'inflazione nell'Eurozona. Il governatore Mario Draghi non può permettersi, però, un passo falso.

L’inflazione in Germania è salita al 2,2% a febbraio dall’1,9% di gennaio, ai massimi da quattro anni e mezzo e superando il target fissato dalla BCE, di poco inferiore al 2%. Il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha avvertito che la crescita annuale dei prezzi nel 2017 nell’Eurozona potrebbe risultare “di gran lunga superiore a quella stimata” da Francoforte, pari all’1,3%. Gli attuali livelli delle quotazioni del petrolio, infatti, si attestano al 17% più alti delle previsioni dell’istituto, sostenendo così una ripresa dei prezzi al di sopra delle aspettative. Le parole di Weidmann segnalano il restringimento del cerchio attorno al governatore Mario Draghi, il cui “quantitative easing”, il piano di stimoli monetari varato due anni fa, potrebbe essere ormai agli sgoccioli, essendo stato centrato apparentemente già l’obiettivo dell’inflazione con diversi mesi di anticipo rispetto alle previsioni.

In Spagna, l’inflazione è salita al 3%, quando fino a pochi mesi fa la quarta economia dell’area era in deflazione. In Italia, la crescita dei prezzi è stata meno sostenuta, pari all’1,5% a febbraio, mentre nell’intera Eurozona potrebbe essersi attestata già al 2%. (Leggi anche: Stimoli BCE, pressioni arriveranno anche dalla Spagna)

La difficile decisione di Draghi

Vero è, però, che al netto delle componenti volatili (beni energetici e alimentari freschi), l’inflazione in Germania risulta ancora allo 0,9%, ma è diventata innegabile la rapida risalita dei prezzi nell’Eurozona e tale da suscitare più di una preoccupazione tra i governatori centrali, data la politica monetaria ultra-accomodante ancora tenuta da Draghi e promessa stabile anche per i prossimi mesi.

Non sarebbe cosa facile mettersi nei panni del numero uno della BCE. Se temporeggiasse troppo, prima di alzare i tassi e porre fine agli stimoli, la stabilità dei prezzi rischia di venire meno e potrebbe ritrovarsi presto a dover procedere a una stretta meno graduale di quanto non sia opportuno, esponendo l’intera economia dell’area a un possibile shock negativo. Se, invece, alzasse i tassi o ponesse fine al QE prima del dovuto, l’unione monetaria potrebbe scivolare verso una ricaduta nella deflazione, nonché nella stagnazione e le tensioni politiche, oltre che finanziarie, si farebbero ancora più dure, con spread in allargamento, conti pubblici in peggioramento e nuove dosi di austerità fiscale necessarie. (Leggi anche: Draghi e Merkel a Berlino per difendere l’euro)

Draghi sarà attendista per un po’

E siamo sotto elezioni, con le urne che si apriranno presto in Olanda, Francia e Germania, forse anche in Italia. Sbagliare mossa sarebbe oggi più rischioso che mai, per cui è probabile che Draghi decida di non decidere, di rinviare ai prossimi mesi la discussione sul futuro della politica monetaria, prendendo tempo e verificando, intanto, se l’inflazione si consoliderà nell’area o se si stabilizzerà o persino ripiegherà leggermente. La Bundesbank ne ha già difeso pubblicamente l’operato nei giorni scorsi, ma non fatevi impressionare; si tratta di un’apertura di credito dei tedeschi verso la BCE, pronti a passare all’incasso alla prima occasione utile. (Leggi anche: Il successore di Draghi sarà tedesco, Bundesbank pronta)

 

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