Quantitative easing: Draghi dovrà inventarsi qualcosa di serio l’8 dicembre

Il "quantitative easing" della BCE sarà al centro di un dibattito acceso al board dell'8 dicembre. La vittoria di Trump stravolge i piani di Mario Draghi.

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L’ultimo board dell’anno della BCE, in programma per l’8 dicembre prossimo, potrebbe essere il più difficile del 2016 per il governatore Mario Draghi, che al pari del resto del mondo finanziario non si attendeva il ciclone Trump. La vittoria del candidato repubblicano alle elezioni USA di martedì scorso pone parecchi interrogativi anche a Francoforte, che fino a pochi giorni fa sembrava quasi certamente intenzionata a potenziare il “quantitative easing”, il piano di acquisto di svariati assets per 80 miliardi al mese.

Il quadro di riferimento è stato stravolto ad un tratto, anche se già da settimane il mercato stava scontando un’inflazione attesa in rialzo per i prossimi anni. Proprio questo aspetto non potrà essere trascurato dall’istituto. Se le aspettative si stanno surriscaldando, che necessità vi sarebbe di intervenire ancora una volta con maggiori stimoli monetari, rischiando di destabilizzare i prezzi nel medio-lungo termine? (Leggi anche: Quantitative easing, per Draghi più difficile scegliere sugli stimoli)

La carenza di bond si è molto attenuata

Altro aspetto dirimente nella discussione riguarda i rendimenti sovrani. Fino a poche settimane fa, il problema su cui faceva ufficiosamente leva la BCE al suo interno per convincere i governatori più titubanti a potenziare il QE era la carenza di bond rinvenibili sul mercato a prezzi compatibili con i limiti decisi dal programma. Tuttavia, le cose sono cambiate, perché adesso, in seguito al rialzo dei rendimenti, risultano eleggibili i Bund con scadenza residua superiore ai 4 anni, quando fino alla riunione scorsa lo erano solo sopra i 7-8 anni.

In parole povere, l’urgenza di rafforzare il piano non ci sarebbe, perché paradossalmente la vittoria di Trump contribuirebbe a fare andare le cose sui mercati nella direzione auspicata da tempo da Draghi & Co. Il cambio euro-dollaro, ad esempio, ha ceduto oltre il 2,5% in una settimana, scendendo ai minimi da 5 mesi, prima che si celebrasse il referendum sulla Brexit. Una moneta unica più debole rende più costosi i beni importati e stimola, quindi, l’inflazione nell’Eurozona. Tutto a posto, allora? Assodato che non servano più stimoli? Niente affatto.

(Leggi anche: Cambio euro-dollaro verso la parità con presidenza Trump?)

 

 

 

Stop alle riforme

La vittoria del tycoon newyorkese crea pressioni politiche sui governi dell’Eurozona, perché è la conferma che i “populismi”, i sentimenti anti-establishment sarebbero ormai in grado di giungere al potere un po’ ovunque. In questo clima, difficile che qualche premier coraggioso corra il rischio di consegnarsi mani e piedi agli euro-scettici di casa sua, varando riforme economiche necessarie per sostenere la crescita nel medio-lungo termine, ma spesso impopolari nel breve.

Draghi, quindi, sarà ancora una volta lasciato probabilmente solo nel sostenere il pil dell’Eurozona, specie considerando che da qui a un anno si vota in stati-chiave come Olanda, Francia e Germania e forse anche in Italia (elezioni anticipate dopo il referendum?). (Leggi anche: Agenda riforme al capolinea)

Draghi dovrà confidare sui tedeschi

In questo scenario, la BCE dovrebbe fare di tutto per evitare che l’assenza di riforme si traduca in una stagnazione perenne per l’area, ma è altrettanto vero che gli stimoli monetari non sono più percepiti dallo stesso mercato come un tonificante credibile per la crescita, così come i “falchi” del board, Bundesbank in primis, eccepirebbero facilmente che la politica monetaria non potrà continuare a sopperire le mancanze dei governi, i quali sarebbero già stati abbondantemente indotti dal QE all’azzardo morale, stoppando qualsiasi tentativo di riforma.

Un compromesso accettabile sarebbe che la Germania, unica grande economica a possedere spazi di politica fiscale, li utilizzasse per trainare la crescita dell’area, tagliando le tasse e/o aumentando la spesa pubblica, visto che quest’anno dovrebbe chiudere il bilancio in attivo di 35 miliardi, pari all’1,2% del pil tedesco. Poiché è proprio uno dei paesi al voto nel 2017, Berlino potrebbe finalmente assecondare le richieste della BCE, anche se l’effetto di una simile opzione sarebbe quasi impercettibile sulle altre economie dell’Eurozona. (Leggi anche: Alla fine taglieremo le tasse ai tedeschi)

 

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