Quantitative easing “bombardato” in Germania, gli stimoli di Draghi sgraditi

Il quantitative easing della BCE di Mario Draghi è sempre più sgradito in Germania, dove si moltiplicano le dure critiche all'indirizzo del governatore.

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Il quantitative easing della BCE di Mario Draghi è sempre più sgradito in Germania, dove si moltiplicano le dure critiche all'indirizzo del governatore.

In poche ore, due dichiarazioni piuttosto critiche in Germania contro il “quantitative easing” della BCE, guidata esattamente da cinque anni dal governatore Mario Draghi. La prima arriva dal consiglio degli esperti economici al servizio del governo tedesco come consiglieri, i cosiddetti “saggi”, capeggiati da Christoph M.Schmidt, che hanno riconosciuto da un lato che gli stimoli monetari di Francoforte avrebbero contribuito alla ripresa dell’Eurozona, ma allo stesso tempo hanno chiesto che siano cessati, rallentando da subito il ritmo degli acquisti mensili di bond, ad oggi pari a 80 miliardi, in quanto considerati non più appropriati rispetto alle condizioni economiche dell’area.

Secondo gli esperti tedeschi, il QE maschera i problemi strutturali dell’area e minaccia la sua stabilità finanziaria. Nemmeno la Germania, avvertono, starebbe approfittando della crescita per orientare le sue politiche a sostegno del mercato, compreso quello del lavoro, in modo da integrare i 900.000 profughi sul suolo tedesco, grazie alla maggiore flessibilità. Gli stessi chiedono che i requisiti patrimoniali imposti alle banche vengano rafforzati, elevando il rapporto tra capitale e assets ad almeno il 5% e perseguendo ratios più alti per le grandi banche. Inoltre, chiedono che la UE si riformi, necessità evidenziata anche dalla Brexit. (Leggi anche: Draghi verso un difficile equilibrio sul quantitative easing)

Draghi accusato di favorire l’azzardo morale

Nelle stesse ore, un altro colpo di grazia al QE di Draghi arrivava sempre dalla Germania, ma stavolta dal capo-economista di Deutsche Bank, l’istituto nell’occhio del ciclone negli ultimi mesi, a causa dei suoi guai giudiziari negli USA e alla montagna di contratti derivati sottoscritti.

David Folkerts-Landau ha compiuto una dura reprimenda della politica monetaria di Draghi, accusato di “auto-compiacersi” troppo delle sue misure, spiegando che dal “whatever it takes” di oltre 4 anni fa non avrebbe, invece, ottenuto alcun risultato: l’Eurozona non ha quasi esitato alcuna crescita, il suo mercato del lavoro segnala il peggiore sviluppo tra le economie avanzate, la disoccupazione giovanile è sopra il 20%, i bilanci pubblici degli stati “core” sono sempre più gravati da debiti e non vi sono più riforme, dato che il corso dei titoli non funge più da indicatore del mercato.

Al contempo, aggiunge, i risparmiatori sarebbero coinvolti nella bolla finanziaria. Con il “whatever it takes”, conclude, Draghi ha incrementato l’azzardo morale a livelli molto più ampi. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi dovrà accontentare i tedeschi)

 

 

 

Draghi vuole estendere la durata del QE

Nulla di nuovo sotto il sole. I tedeschi sono da sempre contrari a un allentamento eccessivo della politica monetaria, per cui le critiche non stupiscono. Stavolta, però, intervengono in una fase delicata dell’operato di Draghi, che entro dicembre potrebbe rafforzare ulteriormente il QE, magari estendendone di sei mesi al settembre 2017 la durata, prima di avviare il ritiro graduale degli stimoli.

L’inflazione è in ripresa da qualche mese, salendo nell’area allo 0,5% in ottobre. I “saggi” hanno stimato una crescita economica nell’Eurozona dell’1,6% per quest’anno e dell’1,4% per il 2017, numeri che non giustificherebbero il mantenimento di una politica monetaria così ultra-espansiva. Il Nord Europa teme che le misure della BCE surriscaldino eccessivamente i prezzi dalle sue latitudini, facendo deragliare la ripresa. (Leggi anche: Perché il ritorno dell’inflazione fa paura)

Critiche tedesche sono un segnale per Draghi e Juncker

Se queste critiche così dure non fossero supportate dal governo tedesco o dalla Bundesbank, saremmo dinnanzi ad appelli destinati a cadere ancora una volta nel vuoto. Se venissero, però, raccolti da almeno una delle due istituzioni, trovandoci in un periodo pre-elettorale (il Bundestag sarà rinnovato nel settembre 2017), il potenziamento del QE a dicembre sarebbe meno scontato e indolore per Draghi, che potrebbe forzare la mano, facendosi votare un nuovo allentamento, ma al costo di ritrovarsi contro le economie forti dell’Eurozona, tra cui Germania e Olanda.

Alla fine, il QE sarà con ogni probabilità esteso di altri sei mesi, ma i tedeschi pretenderanno che sin d’ora il governatore s’impegni ad annunciare il “tapering” nell’estate dell’anno prossimo, ovvero poco prima delle elezioni federali in Germania, in modo che i tedeschi abbiano un contentino sufficiente per recarsi alle urne con animo meno veemente contro il loro governo, nel mirino dell’opinione pubblica per il suo piegarsi eccessivamente alle ragioni degli stati “spendaccioni” del Sud.

E chissà che gli economisti non abbiano inviato un messaggio anche alla Commissione Juncker, affinché sia meno accomodante, in particolare, con l’Italia di Matteo Renzi. (Leggi anche: Quantitative easing, tapering nel 2017?)

 

 

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