Quantitative easing, Draghi prova ad allontanare la svolta

Gli stimoli della BCE al vaglio del board di questa settimana. Molto difficile che verranno apportati cambiamenti, vediamo quando e come ci sarà la svolta sul "quantitative easing" e i tassi nell'Eurozona.

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Gli stimoli della BCE al vaglio del board di questa settimana. Molto difficile che verranno apportati cambiamenti, vediamo quando e come ci sarà la svolta sul

Si riunisce dopodomani il board della BCE per la seconda volta quest’anno. L’appuntamento arriva dopo che a febbraio l’inflazione nell’Eurozona è salita mediamente al 2% per la prima volta da quattro anni, ma arrivando al 2,2% in Germania e al 3% in Spagna. Formalmente, l’obiettivo dell’istituto è stato centrato, anche se una rondine non fa certo primavera. Per questo, il mercato è interessato a capire da settimane che novità potrebbero essere annunciate sul “quantitative easing” e la struttura dei tassi, considerando che l’unione monetaria sia in crescita, pur modesta, da tre anni e che anche i prezzi adesso risalgono.

Esistono svariate ragioni, per le quali il governatore Mario Draghi dovrebbe essere ancora in grado di arrestare le voci di quanti vorrebbero l’avvio di una svolta monetaria, a partire da un ritiro graduale degli stimoli. Per prima cosa, per quanto sia supponibile che il mercato abbia scontato l’effetto di un taglio degli acquisti mensili da 80 a 60 miliardi dal prossimo mese, la BCE cercherà di verificare concretamente l’impatto di tale variazione, anche perché cade in una fase elettoralmente sensibile, successiva al voto in Olanda e nel bel mezzo di quello in Francia. (Leggi anche: Quantitative easing, stimoli quasi finiti)

Draghi cambierà linguaggio?

Draghi potrebbe anche eccepire, che l’inflazione sarebbe stata ad oggi trainata essenzialmente dal rialzo delle quotazioni del petrolio, mentre quella di fondo è rimasta poco mossa sotto l’1%. E, infine, quasi certamente farà presente ai banchieri centrali dell’Eurozona, che un mutamento di policy al primo cenno di raggiungimento del target farebbe raffreddare nuovamente le aspettative d’inflazione, deprimendo la crescita dei prezzi, la quale già di suo potrebbe risentire nei prossimi mesi della stabilizzazione delle quotazioni del greggio e di quelle del cambio euro-dollaro.

Nessuno tra gli analisti si aspetta credibilmente modifiche al “quantitative easing” e meno che mai ai tassi BCE. Diverso è il discorso sul linguaggio che Draghi utilizzerà in conferenza stampa: sarà “dovish” o un tantino più “hawkish” di quello di gennaio? (Leggi anche: Germania risponde a Draghi: ci crei problemi politici)

Svolta vera e propria ancora lontana

Poiché ogni cambiamento di questa portata è anticipato da esternazioni più o meno informali di esponenti vicini al governatore, come quelli del consiglio esecutivo, e poiché non è pervenuto alcun segnale di discontinuità rispetto al recente passato da parte di alcun alto funzionario dell’istituto, desumiamo che Draghi si mostrerà relativamente “colomba” dopodomani, per quanto potrebbe fare a meno delle espressioni più nette, come il riferimento a “nuovi interventi, se fosse necessario”.

Se l’inflazione dovesse consolidarsi anche nei prossimi mesi, è probabile che un cambio di orientamento da parte di Draghi sarà ufficializzato al board di metà giugno, quando le elezioni più geo-politicamente più sensibili saranno alle spalle e sarà più chiaro all’interno di quale quadro si stia agendo. A quel punto, la BCE segnalerà il successo del QE con il raggiungimento del target d’inflazione e lascerà intuire la riduzione progressiva degli stimoli dall’inizio dell’anno prossimo, dato che risulta poco probabile che alla scadenza del programma a dicembre di quest’anno, l’istituto cessi del tutto e repentinamente di acquistare bond sul mercato. Semmai, agirebbe per prima cosa sui tassi negativi applicati ai depositi overnight delle banche, andando anche incontro alle richieste del settore creditizio. (Leggi anche: Quantitative easing, tapering o scalone?)

Il cosiddetto “tapering” potrebbe durare sei mesi, nel corso dei quali sarebbe anticipata al mercato l’intenzione di alzare i tassi, pur restando “molto bassi ancora a lungo”, nei mesi seguenti. La svolta vera e propria arriverà con ogni probabilità a fine 2018, se non all’inizio del 2019. Chiaramente, stiamo ipotizzando che le quotazioni del petrolio rimarranno stabili o saliranno ancora nei dintorni dei 60-65 dollari, che l’inflazione continuerà ad aggirasi sul 2% o anche poco sopra, che il cambio euro-dollaro resti debole e che la crescita nell’Eurozona tenga o acceleri. Se anche solo una di queste condizioni venisse meno, l’appuntamento con la svolta monetaria sarebbe ancora una volta rinviato e Draghi potrebbe completare il mandato senza avere mai alzato i tassi.

 

 

 

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