Quantitative easing al via, ma chi venderà i BTp alla BCE?

Lunedì inizia il programma di acquisto dei titoli di stato da parte della BCE. Vediamo chi potrebbe avere convenienza a vendere BTp a Francoforte.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lunedì inizia il programma di acquisto dei titoli di stato da parte della BCE. Vediamo chi potrebbe avere convenienza a vendere BTp a Francoforte.

Lunedì parte il “quantitative easing”, il piano di acquisto dei titoli di stato dell’Eurozona con scadenza tra i 2 e i 30 anni, “covered bonds” e Abs da parte della BCE. Il QE sarà pari a 60 miliardi al mese, di cui 47 dovrebbero riguardare i bond governativi. Gli acquisti di questi ultimi saranno suddivisi sulla base delle quote detenute da ciascun paese, tramite la propria banca centrale, in Francoforte. Da un rapido calcolo, si ottiene che l’Eurotower dovrebbe iniziare a comprare dal prossimo lunedì BTp al ritmo di 8 miliardi al mese (400 milioni a ogni seduta) fino al mese di settembre del 2016. In tutto, saranno oltre quasi 175 miliardi in 19 mesi, un decimo del debito pubblico italiano attualmente quotato sul mercato. A questo punto, bisogna interrogarsi su chi venderà i BTp alla BCE. Facciamo un breve riepilogo su chi siano i possessori del nostro debito pubblico e in quali quantità. Le banche italiane dovrebbero detenere oggi intorno ai 414 miliardi di euro, poco più degli oltre 400 miliardi nelle mani delle altre istituzioni finanziarie operanti in Italia (fondi, sim, assicurazioni, etc.). Le famiglie italiane, invece, hanno ridotto a poco più di 200 miliardi i titoli di stato tricolore in loro possesso, mentre troviamo, infine, che 685 miliardi sono nei portafogli degli investitori esteri.   APPROFONDISCI – Il QE di Draghi batterà la deflazione? Attesa una discesa dei prezzi maggiore a gennaio   Chi di loro avrà convenienza a vendere BTp a Francoforte? Gli investitori stranieri potrebbero preferire nei prossimi mesi buttarsi sui Treasuries, dato l’atteso rialzo dei tassi USA, che dovrebbe avvenire a metà anno o qualche mese dopo e che dovrebbe nel tempo comportare un generale innalzamento dei rendimenti dei bond pubblici e privati. Tuttavia, tale fenomeno sarebbe frenato da un’attesa meno imminente, ma che guarda a un orizzonte temporale di qualche anno: l’apprezzamento dell’euro.

Fattore cambio

La moneta unica ha perso il 20% in meno di 10 mesi. L’8 maggio del 2014, prima che la BCE parlasse di nuovi stimoli monetari, il cambio con il dollaro era a un soffio da 1,40, oggi si attesta a 1,12. Se la debolezza dell’euro dovrebbe persistere almeno per i prossimi 2 anni, a causa della divergente politica monetaria tra BCE e Federal Reserve, dal 2018 potremmo ipotizzare che il suo corso tenderà a crescere, magari per riportarsi ai livelli di un anno fa. Pertanto, un investitore straniero che avesse oggi in portafoglio un titolo dell’Eurozona (magari acquistato a prezzi significativamente più bassi nei mesi o anni passati), come il BTp, non dovrebbe avere alcuna convenienza a venderlo, ma dovrebbe attendere la scadenza o almeno la fase rialzista dell’euro per disfarsene. Con un euro più forte, infatti, potrà ottenere dal ricavato della vendita o del rimborso alla scadenza un quantitativo maggiore della sua valuta.   APPROFONDISCI – L’euro crollerà a un rapporto di 1:1 contro il dollaro? Ecco la previsione clamorosa  

Banche e famiglie

E le banche italiane? In verità, nemmeno gli istituti del nostro paese avrebbero granché convenienza a vendere BTp, perché essi potranno giovarsene fino alla fine del 2016 per ottenere liquidità dalla BCE a bassissimo costo (0,05%), attingendo alle aste Tltro o a quelle ordinarie settimanali, esibendo i titoli di stato come collaterale di garanzia. E’ vero anche che vendendo a Francoforte BTp a prezzi più alti di quelli di acquisto, essi potranno iscrivere a bilancio una plusvalenza a beneficio dei loro conti, ma va detto che avrebbero potuto farlo anche in questi mesi, mentre si è assistito a un aumento degli acquisti, anziché delle vendite. Due le cose: o le banche italiane non ci pensano proprio a liberarsi dei BTp – una garanzia di liquidità per i loro bilanci – oppure stanno attendendo che il QE entri finalmente in funzione e che i prezzi si alzino ancora di più. Infine, le famiglie italiane. Potrebbero vendere sul mercato secondario questi titoli dal rendimento ormai azzerato, approfittando di prezzi spesso ben oltre quelli di acquisto. Il punto è: ma per fare cosa? Se l’obiettivo è incassare immediatamente liquidità da impiegare per necessità proprie, il ragionamento potrebbe quadrare, ma se dovesse servire per investire altrove, a parità di rischio non pare che siano disponibili alternative allettanti in un’epoca di tassi zero o, addirittura, negativi. Magari molti italiani venderanno BTp e si butteranno sull’azionario, il che sarebbe una scelta comprensibile, dati i prezzi relativamente bassi delle azioni a Piazza Affari, specie nel comparto bancario. Vedremo nei prossimi mesi se i bilanci delle banche si alleggeriranno e se le quotazioni a Piazza Affari correranno. Nel primo caso, significherebbe che a vendere siano state le banche, nel secondo le famiglie, ma anche le altre istituzioni finanziarie, le quali sono, in verità, le reali indiziate del caso. Saranno i fondi e le assicurazioni operanti in Italia con ogni probabilità a disfarsi del grosso dei BTp, accelerando gli impieghi già in atto verso il comparto azionario. Se, infine, dovessimo assistere a un ulteriore deprezzamento del cambio nel medio termine, è ipotizzabile che avranno venduto anche gli investitori stranieri.   APPROFONDISCI – Alberto Gallo, Rbs: vi spiego perché il bazooka di Draghi fallirà

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Argomenti: Bce