Quantitative easing al capolinea e tassi BCE in rialzo, Draghi prepara la stretta

La BCE potrebbe cessare o gradualmente ritirare il "quantitative easing" e alzare i tassi prima di quanto sinora previsto. A segnalarlo sono anche i nuovi stress-test sulle banche dell'Eurozona.

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L’inflazione nell’Eurozona è salita all’1,8% a gennaio, sostanzialmente in linea con il target della BCE, che consiste in una crescita tendenziale dei prezzi nel medio termine “vicino, ma inferiore al 2%”. Non basta certamente un solo mese per parlare di obiettivo raggiunto, specie se è da quasi 4 anni che il tasso d’inflazione nell’unione monetaria rimane al di sotto del target, così come bisogna fare i conti anche con l’inflazione “core”, quella al netto delle componenti volatili, come beni energetici e alimentari freschi, che resta inferiore all’1%. Tuttavia, più di un segnale ci spinge a ritenere che sarebbe solo questione di mesi, prima che il “quantitative easing” inizi ad essere ridotto e che i tassi BCE tornino a salire. (Leggi anche: Tapering BCE più vicino, ecco i dati che renderanno a Draghi la vita difficile)

Il Single Supervisory Mechanism, il braccio della BCE per la supervisione delle banche nell’Eurozona, condurrà quest’anno stress-test per verificare la resilienza degli istituti maggiori dell’area agli shock macro-economici. Si apprende che il prossimo esame prenderà in considerazione un aumento dei tassi di 200 punti base (2%), anziché di 100 punti base (1%), a differenza dell’ultimo stress-test, i cui risultati sono stati pubblicati nel luglio 2016. Un altro scenario simulato prevede, invece, un taglio dei tassi di 200 bp, anche in questo caso superiore ai -100 bp simulati lo scorso anno.

Tassi BCE bassi a lungo, ma non necessariamente ai livelli attuali

Basta questo per affermare che il governatore Mario Draghi si accinga ad alzare i tassi, dopo avere ridotto progressivamente gli stimoli monetari? All’ultima conferenza stampa post-board di gennaio, lo stesso aveva rassicurato sul mantenimento dei tassi bassi “ancora a lungo”. Non possiamo dubitare, quindi, che manterrà fede alla sua parola, ma dobbiamo evidenziare che egli non si è impegnato a non alzarli, bensì a mantenerli bassi, che è cosa diversa. La Federal Reserve ha iniziato la stretta monetaria da 14 mesi, ma ancora oggi i tassi USA restano bassi e lo saranno relativamente alla loro media storica anche nei prossimi mesi.

Quanto al “quantitative easing”, da aprile gli acquisti di assets (titoli Abs, covered e corporate bond, titoli di stato) sarà ridotto da 80 a 60 miliardi al mese fino a dicembre, ma se l’inflazione-obiettivo venisse raggiunta stabilmente in questi primi mesi dell’anno, nulla vieterebbe a Draghi di dire “signori, missione compiuta, gli stimoli non servono più, almeno non nella stessa misura in cui erano stati varati”. (Leggi anche: Incubo inflazione, il piano B della BCE)

Il mercato sconta già una politica monetaria meno accomodante

Il consigliere esecutivo Yves Mersch, considerato un “falco”, ha già invitato il governatore a porre fine al dibattito su futuri possibili nuovi tagli dei tassi, ciò dopo avere richiesto una riduzione del QE. Certo, è l’opinione di chi da sempre ha guardato con sospetto agli stimoli, ma che a differenza del passato, anche recente, vanta adesso argomentazioni forti, ovvero il raggiungimento del target d’inflazione nell’area. (Leggi anche: Tassi zero a lungo? Li pagherà l’Italia)

I mercati stanno scontando uno scenario meno accomodante sin dal mese di agosto, quando è iniziato a sembrare chiara l’uscita dell’Eurozona dalla minaccia deflazionistica. I rendimenti dei bond sovrani sono risaliti dai loro minimi storici e quelli decennali italiani sono raddoppiati da allora.

Draghi sarà più “falco” da aprile?

Adesso, entriamo in una nuova fase più avanzata di tale ragionamento. In Germania, l’inflazione è già all’1,9% e l’economia cresce a ridosso del 2% all’anno. Le banche centrali sono solite guardare ai dati medi vigenti nelle economie in cui hanno competenza, ma le aree più avanzate sono quelle che si surriscaldano maggiormente e prima, quando la politica monetaria non appare appropriata rispetto ai loro fondamentali. Cresce, dunque, la pressione tedesca, affinché Draghi inizi almeno a cambiare linguaggio in senso più “hawhisk”. E se fino a un paio di mesi fa sembrava più frutto di considerazioni teoriche, ora nella prima economia europea prevale il timore di una destabilizzazione interna dei prezzi. (Leggi anche: Quantitative easing, tedeschi chiedono a Draghi uscita da acquisto bond)

I dati di febbraio e marzo sui prezzi nell’Eurozona potrebbero influire in maniera determinante sulle considerazioni, che Draghi farà presenti al board di fine aprile. Difficile immaginare, infatti, che dirà cose molto diverse da quelle di gennaio tra un mese, mentre è probabile che il suo linguaggio si mostri meno accomodante a primavera inoltrata. Da lì, scatteranno vendite ancora più massicce dei bond, le quali, peraltro, potrebbero partire già nelle prossime settimane, qualora il mercato percepisca un “tapering” imminente dalle nuove simulazioni per gli stress-test. Comunque la si pensi, siamo davvero al capolinea con il QE.

 

 

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