Quali effetti avrà lo smart working in piena emergenza Covid sul lavoro?

Il lavoro a distanza ha riguardato oltre 5 milioni e mezzo di italiani durante il lockdown e ancora oggi sono tanti a non essere tornati in ufficio. Vediamo i possibili effetti,

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Quali effetti avrà lo smart working sul lavoro?

Quando l’Italia entrò in lockdown a marzo, oltre 5,5 milioni di lavoratori furono costretti a passare allo smart working, espressione che sbrigativamente in Italia viene associata al telelavoro. Nel 2019, gli smart workers erano stati 10 volte in meno. Capite che c’è stato un mutamento radicale in breve tempo. Di necessità si è fatta virtù. Di questi, 1,85 milioni sono dipendenti pubblici. Con il passare dei mesi e allentatasi l’emergenza Covid, il rientro dei lavoratori in ufficio è stato solo parziale. Le imprese hanno alternato le presenze in sede, favorendo principalmente i genitori con figli più piccoli. Adesso che la seconda ondata di contagi è arrivata, si sta tornando allo smart working. La pratica viene fortemente consigliata dallo stesso governo, al fine di limitare la circolazione delle persone e la diffusione del virus.

Ecco perché lo smart working farà bene anche a grandi città come Milano

Quando la crisi sanitaria sarà cessata definitivamente, speriamo presto, cosa sarà rimasto di questo fenomeno? Di certo, la stragrande maggioranza degli interessati si è trovata bene con questa modalità di lavoro, sebbene non siano mancate alcune debolezze, tra cui l’assenza di un’organizzazione complessiva dei compiti da parte dell’impresa e spesso la carenza di dispositivi tecnologici concessi in dotazione ai dipendenti. L’impiego pubblico ha risentito più fortemente di queste criticità, tant’è che molti uffici in Italia registrano grossi ritardi nello smaltimento delle pratiche.

Ci siamo interrogati più volte sull’impatto che lo smart working diffuso avrebbe sull’economia nel suo complesso, tra l’altro riducendo drasticamente i lavoratori-consumatori in giro nelle città. In realtà, un primo effetto questo fenomeno lo starebbe avendo proprio sul modo di guardare al rapporto con il lavoro.

Per quanto la società oggi si sia terziarizzata e le tecnologie siano da tempo un elemento imprescindibile per chi lavora, ancora si tende a giudicare l’operato dei dipendenti sulla base, in preponderanza, dell’orario e non già dei risultati. Il bravo lavoratore resta nella mentalità dell’imprenditore, ma anche del dipendente stesso, colui che trascorre in ufficio le sue otto ore e magari fa gli extra senza lamentarsi.

Il cambio di mentalità in corso

Lo smart working ci ha messo dinnanzi a una realtà ben diversa: da mesi, le imprese non stanno potendo controllare minuziosamente il tempo dedicato effettivamente dai dipendenti, ma ciononostante esse appaiono complessivamente soddisfatte dei risultati. Questo significa che la variabile tempo è diventata molto meno significativa per valutare l’operato di un lavoratore, mentre si presta più attenzione ai risultati, cioè a quello che è riuscito a raggiungere nell’arco della singola giornata o della settimana o del mese, etc.

Tornando negli uffici, prima o poi milioni di dipendenti inizieranno a pretendere che, così com’era accaduto quando si lavorava da casa, l’imprenditore rivolga l’attenzione perlopiù agli esiti e non alle ore trascorse. Del resto, all’impresa servono i risultati e non che il dipendente rimanga formalmente seduto alla scrivania per un tot di tempo al giorno. Se in 7 ore riesco a fare quello che un mio collega fa in 8, quale sarebbe il danno che provocherei all’azienda lasciando l’ufficio un’ora prima? Il cambio di mentalità non è affatto acquisito. L’impresa sta “tollerando” lo smart working, ma non è detto che lo abbia ancora metabolizzato quale metodo di organizzazione strutturale del lavoro.

Laddove i risultati siano facilmente misurabili, però, saranno i lavoratori a pretendere sin dal prossimo futuro di essere valutati non esclusivamente in base alle ore impiegate e di godere di maggiore flessibilità nello svolgere la propria mansione. Per contro, questo potrebbe anche implicare la necessità in periodi dell’anno o della settimana di lavorare oltre l’orario contrattuale, così come di restare un minimo a disposizione dell’impresa anche dopo la fine formale della giornata, avvalendosi di tablet e smartphone per inviare e ricevere comunicazioni.

Insomma, non lavoreremo molto probabilmente di meno, ma lo faremo più comodamente e su un arco temporale più diluito. Con l testa staccheremo di meno dal nostro dovere, perché tutto ha un costo. E la comodità stessa si paga.

L’altra faccia dello smart working: quale società diventeremo?

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