Quale impatto sui mercati finanziari con la stretta monetaria in Svizzera?

La Svizzera non è ancora pronta alla stretta monetaria, ma quando arriverà, per i mercati finanziari potrebbe essere un terremoto. La sua banca centrale possiede centinaia di miliardi in azioni e bond in valuta straniera.

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La Svizzera non è ancora pronta alla stretta monetaria, ma quando arriverà, per i mercati finanziari potrebbe essere un terremoto. La sua banca centrale possiede centinaia di miliardi in azioni e bond in valuta straniera.

Ci sono buone notizie per l’economia svizzera, che nel terzo trimestre è cresciuta su base annua dell’1,2%, il tasso più elevato dalla fine del 2014, ovvero da quando la banca centrale di Zurigo (SNB) sganciò il franco svizzero dall’euro, ponendo fine a 40 mesi di cambio minimo imposto unilateralmente a 1,20. Rispetto ai tre mesi precedenti, il pil elvetico è salito dello 0,6%, in accelerazione dal +0,4% del secondo trimestre.

Il governo ha stimato un +0,9% per l’intero 2017 e un +2% per l’anno prossimo. Non esattamente numeri da boom, ma considerando il forte apprezzamento del cambio dall’inizio del 2015, non stupiscono, anche se il franco ha perso quest’anno oltre l’8% contro l’euro, cosa che sta sostenendo le esportazioni elvetiche e, quindi, l’intera economia alpina.

Tuttavia, questi risultati sono anche frutto di un enorme intervento della SNB negli ultimi anni sui mercati finanziari, tesi ad allentare l’afflusso di capitali, che hanno fortemente rafforzato il cambio, considerato ancora formalmente dall’istituto “sopravvalutato”. Alla fine di ottobre, la banca centrale svizzera deteneva assets per complessivi 825 miliardi di franchi, pari al 127% del pil elvetico. Di questi, ben il 94% sono riserve in valuta straniera. Negli ultimi 10 anni, esse sono aumentate della bellezza di circa 733 miliardi. Ciò significa che mediamente la SNB ha acquistato quasi 75 miliardi di franchi in azioni, obbligazioni straniere all’anno, anche se il ritmo non è stato omogeneo, accelerando tra la metà del 2010 e la fine del 2012, ovvero nel periodo più intenso della crisi dell’euro, quando i capitali defluirono dall’Eurozona e si spostarono proprio in Svizzera per buona parte, essendo il paese percepito come un porto sicuro. In quel periodo, l’istituto acquistò assets per 300 miliardi. (Leggi anche: La Svizzera è seduta su un tesoro che non può sfruttare)

La Svizzera detiene azioni e bond stranieri

Contrariamente a quanto non abbiano sinora fatto le altre banche centrali, la SNB ha investito un quinto di tali riserve valutarie in azioni. Di questi, circa la metà sono quotate a Wall Street, ovvero denominate in dollari.

Parliamo di circa 88 miliardi di dollari, lo 0,3% dell’intera capitalizzazione di New York, figurando tra gli azionisti di peso in società come Apple, Alphabet (controllante Google), Microsoft, Facebook, Amazon, Johnson & Jonhson e Exxon Mobil, solo per citare quelle in cui il valore delle partecipazioni supera il miliardo di dollari.

Grazie anche al boom della borsa americana e al buon andamento dei mercati finanziari nell’Eurozona – presso questi ultimi la SNB avrebbe investito circa il 45% dei suoi assets stranieri – le azioni SNB sono letteralmente esplose alla Borsa di Zurigo, quasi quadruplicando dai primissimi mesi dello scorso anno. Sì, perché il 45% del capitale dell’istituto è quotato in borsa e si trova nelle mani pressoché solamente di investitori cosiddetti “cassettisti”, ovvero che detengono il titolo in un’ottica di medio-lungo termine. (Leggi anche: Banca centrale svizzera segna maxi-profitto e le sue azioni volano)

Quale impatto con la stretta svizzera?

Ora, l’inflazione in Svizzera resta ben al di sotto del target, attestandosi negli ultimi mesi a un pallido 0,7%, complice il cambio ancora forte. Ne consegue che l’uscita dal piano di accomodamento monetario, che tra l’altro prevede ormai da anni tassi negativi sui depositi delle banche, non sarebbe cosa imminente ed è, peraltro, legata alla tempistica della svolta praticata dalla BCE, visto che bisogna tenere sotto controllo, in particolare, proprio gli afflussi dall’Eurozona. Se la SNB alzasse i tassi o vendesse assets in euro prima che la BCE facesse altrettanto, il franco tornerebbe a rafforzarsi, tendendo alla parità con la moneta unica, quando oggi si attesta ai massimi da inizio gennaio 2015, ovvero sopra quota 1,17.

Prima o poi, però, anche la Svizzera avrà la sua stretta e per le ragioni appena esposte, essa arriverà non un attimo prima di quella di Francoforte, ma presumibilmente non troppo dopo. I mercati internazionali si troveranno a quel punto già stressati dal venir meno di quella immensa liquidità iniettata in un decennio di politiche monetarie non convenzionali e senza precedenti, ma l’impatto della SNB sarebbe tutto da verificare, perché a differenza di Federal Reserve, BCE, Bank of England, Riksbank e Bank of Japan, solo per citare gli istituti maggiori, essa detiene assets in valuta straniera, per cui la stretta equivarrà a vendere direttamente euro, dollari, etc.

Questo potrebbe attutire gli effetti rialzisti sui cambi di USA ed Eurozona, ma allo stesso tempo impatterebbe negativamente sulle azioni e le obbligazioni emesse in euro e dollari, in particolare, aggravandone i prevedibili cali. Anche perché non parliamo di noccioline, bensì di centinaia di miliardi di franchi da dismettere, pur in un arco di tempo certamente non breve. Anche ipotizzando che la SNB si limiti a dimezzare le sue riserve valutarie, sarebbero 400 miliardi di titoli venduti, qualcosa che corrisponde a oltre la metà dell’attuale capitalizzazione di Piazza Affari. Insomma, quando la Svizzera si muoverà, ne sentiremo il rumore. (Leggi anche: Franco svizzero ai minimi, tassi negativi restano)

 

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