Cosa accadrà all’Italia senza la cancelliera Merkel? Ecco alcuni scenari possibili

L'era Merkel in Germania è giunta al termine. La cancelliera rinuncia a ricandidarsi per guidare il suo partito. Ecco quali scenari possibili potrebbero avverarsi per l'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'era Merkel in Germania è giunta al termine. La cancelliera rinuncia a ricandidarsi per guidare il suo partito. Ecco quali scenari possibili potrebbero avverarsi per l'Italia.

La cancelliera Angela Merkel non si ricandiderà alla guida della CDU, il partito di cui è segretario dal 2000. Al congresso di Amburgo a dicembre, quindi, il suo nome non comparirà tra quelli in lizza dopo la bruciante sconfitta accusata sia in Baviera il 14 ottobre scorso, sia alle regionali di ieri in Assia. Nei sondaggi, la cosiddetta Unione, somma tra CDU e il partito gemello bavarese della CSU, è sprofondata intorno al 26-27%, un risultato mai così basso. Il passo indietro si è reso necessario per ridare speranza a un elettorato imbufalito contro la linea centrista della cancelliera, ormai ampiamente screditata agli occhi dell’opinione pubblica per la pessima gestione dell’immigrazione sin dal 2015, anno in cui spalancò le frontiere tedesche a un milione di profughi in pochi mesi. “Mutti” ha fatto sapere anche che non si candiderà più per un posto di deputato al Bundestag, per la cancelleria e che non intende ottenere alcun incarico europeo, smentendo le voci di un suo interesse per la presidenza della Commissione. Tuttavia, sarebbe intenzionata a rimanere cancelliera fino alla fine del mandato nel 2021. In verità, in pochi credono a quest’ultima battuta, pronunciata semmai per non fare svanire del tutto la residua credibilità di cui ancora gode il governo federale di Grosse Koalition, in affanno anche per lo smottamento a sinistra tra i socialdemocratici della SPD, di cui un’ala crescente vorrebbe passare all’opposizione.

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In corsa per il dopo-Merkel figurano diversi esponenti. Di sicuro ci saranno ad Amburgo il 38-enne Jens Spahn, ministro della Salute e critico di Frau Merkel sull’immigrazione, considerato un rappresentante dell’ala destra della CDU. Se la dovrà vedere certamente con Annegret Kramp-Karrenbauer, governatrice del Saarland, su posizioni centriste e vicine a quella della cancelliera, per quanto abbia una visione più conservatrice, ostile ai matrimoni gay, tanto per fare un esempio. E tra i pretendenti alla segreteria ci sarebbe pure una vecchia conoscenza della Merkel, il suo rivale interno Friedrich Merz, già a capo dell’Unione al Bundestag all’inizio del Millennio e critico nei confronti della cancelliera, esponente dell’ala neoliberista della CDU, autore di una proposta di semplificazione fiscale prima che iniziasse l’era della cancelliera. Probabile la corsa anche di Ralph Brinkhaus, attuale capogruppo dell’Unione, eletto poche settimane fa a sorpresa e in opposizione al candidato appoggiato dalla cancelliera. Egli è noto per essere un “falco” fiscale. Infine, potrebbe scendere in campo anche il governatore del Nordreno-Vestfalia, il Land più popolo della Germania con 17,5 milioni di abitanti, tale Armin Laschet, attuale vice-segretario della CDU. Nel caso di divisioni laceranti, non si esclude una mediazione transitoria tra le diverse anime del partito con l’elezione di Wolfgang Schaeuble, attuale presidente del Bundestag e ministro delle Finanze tra il 2009 e il 2017, noto per il suo rigorismo fiscale e che può vantare i successi della sua politica dello “Schwarze Null”, il pareggio di bilancio più che centrato – la Germania è in attivo dal 2014 – sotto la sua gestione dei conti pubblici.

Inutile girarci alla larga: la fine dell’era Merkel è già in corso, anche se per ragioni di stabilità politico-istituzionale risulta necessario attendere diversi altri mesi per le dimissioni da capo del governo. Che cosa significherà per l’Italia l’addio di Mutti, volto di quella Germania ostile al Sud Europa e rappresentante nell’immaginario internazionale della politica di austerità fiscale? E’ d’obbligo una premessa: chiunque le succederà alla cancelleria si ritroverà un’eredità difficile da gestire. Ammesso che la CDU-CSU manterrà la prima posizione nel panorama politico tedesco, di questo passo avrà bisogno di allearsi con almeno altre due formazioni per continuare a governare. I candidati a partner di una prossima coalizione – cosiddetta “Giamaica” per i colori uguali a quella della bandiera dello stato americano – sarebbero certamente Verdi e liberali dell’FDP. Si tratterebbe di un’esperienza inedita sul piano federale e di una maggioranza eterogenea in politica estera, fiscale ed economica in generale. Esordire con un governo composito non deporrebbe in favore di una lunga vita per il successore della Merkel.

Cosa cambia per l’Italia

Aldilà di come andranno le cose a Berlino, il nuovo corso tra i conservatori sembra essere più a destra, anche se una vittoria di Annegret Kramp-Karrenbauer darebbe maggiormente continuità alla Germania. E questo per l’Italia significa una certezza: le posizioni dei nostri interlocutori tedeschi diverrebbero più rigide sui conti pubblici. La principale critica alla cancelliera dentro il suo partito consiste nell’essere stata troppo cedevole sulle politiche fiscali e in ambito monetario nell’Eurozona. Le viene rimproverato da anni di non avere saputo tenere il punto sul taglio dei deficit, sull’abbattimento dei debiti nazionali e di avere permesso un eccessivo accomodamento monetario da parte della BCE con l’azzeramento dei tassi e l’acquisto di bond tramite il “quantitative easing”. Tutto questo avrebbe incentivato comportamenti di “azzardo morale” da parte dei governi nell’Eurozona, nonché comportato rischi sovrani e bancari a carico dei contribuenti tedeschi. Del resto, gli euro-scettici dell’AfD nacquero proprio da una costola di conservatori delusi e agguerriti contro la cancelliera, in polemica su Europa, BCE e gestione delle crisi dei debiti sovrani nell’area.

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La Merkel si era mostrata abile fino a poco tempo fa nel mediare tra le diverse istanze interne al suo partito, riuscendo a garantire gli interessi nazionali, compatibilmente con l’esercizio della leadership europea. Ma i nodi sono venuti tutti al pettine, vuoi sul fronte dell’immigrazione, vuoi su quello fiscale. E l’Italia, con la nascita del primo governo euro-scettico della sua storia, ha fatto esplodere tutte le contraddizioni di 13 anni di corso merkeliano. Adesso, i tedeschi sono impauriti dall’idea che una grande economia come la nostra possa dover essere soccorsa con prestiti internazionali, ossia gravando anche sulle loro tasche. Se l’ala destra dell’Unione si mostra più vicina a Roma sulla lotta all’immigrazione clandestina, la stessa reclama un atteggiamento più duro contro chi sgarra sui conti pubblici. Da qui, un’ambiguità di fondo nei rapporti tra i conservatori tedeschi guidati a Strasburgo dal bavarese e candidato alla presidenza della Commissione per il PPE, Manfred Weber, e la Lega di Matteo Salvini, i quali sotterraneamente già dialogano tra di loro in vista della gestione dei risultati delle elezioni europee.

Come vi abbiamo spiegato in diversi articoli in queste settimane, uno scambio possibile tra Italia e Germania passerebbe per la BCE: rigore fiscale sì, ma Francoforte dovrà segnalare copertura dei debiti sovrani per abbattere i rendimenti e agevolare il risanamento fiscale di Roma in via strutturale e non solo a seguito di misure contingenti come il QE. Questo sarebbe per noi lo scenario più favorevole, sebbene non si autorizzi a pensare che coincida con un ritorno agli anni della spesa allegra, tutt’altro. Semmai, otterremmo una mano dalla BCE per abbassare le tensione sullo spread e rifinanziarci sui mercati a costi non troppo dissimili da quelli sostenuti dalle economie “core”, tra cui la Germania.

Gli altri scenari estremi

Non è detto che questo scenario si verifichi. Tra i conservatori tedeschi potrebbe montare il desiderio di chiudere i conti con l’Italia una volta per tutte. Come? La Bundesbank lo ha anticipato pochi giorni fa: i soldi per salvare l’Italia vanno trovati in Italia, perché ci sono. Si tratta di imporre una tassa patrimoniale sulla ricchezza privata e trasferire così risorse allo stato. Scordatevi l’ipotesi dell’investimento, ossia della restituzione integrale delle somme prelevate dallo stato ai legittimi titolari. Se patrimoniale sarà, verrà in forma di una stangata tout court, magari spacciata per qualcosa di più vendibile, come un rimborso parziale fissato per la calende greche.

L’altro scenario possibile, ma improbabile, consiste nell’accettazione della linea macroniana sull’integrazione europea: la Germania avallerebbe l’istituzione di un ministro delle Finanze unico e di un bilancio comune nell’Eurozona, in modo da gestire in maniera più accentrata la politica fiscale nell’area. Inoltre, accetterebbe di condividere anche il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione della garanzia unica sui depositi. Sarebbe la vittoria di una linea così di sinistra, da essere ritenuta poco credibile allo stato attuale, specie scontando la necessità per il successore della cancelliera di recuperare i consensi perduti alla destra dell’Unione e andati agli euro-scettici dell’AfD, che di condivisione dei rischi e portafoglio aperto per i partner stranieri non vogliono nemmeno sentire parlare.

Infine, un ultimo scenario estremo, ancora molto remoto, ma con il tempo meno impossibile di quanto pensassimo fino a qualche anno fa: l’uscita della Germania dall’euro. Da economia forte, Berlino sa che tornare al marco per i tedeschi non sarebbe un trauma, visto che avrebbero in tasca una moneta più solida dell’euro e una posizione creditrice nei confronti dell’estero. Economisti vicini alla CDU teorizzano persino che la Germania possa reclamare nel caso quasi 930 miliardi di euro di crediti segnalati dal saldo del Target 2, il sistema dei pagamenti intra-Eurozona. Aldilà di questi vaneggiamenti, il vero punto focale del dibattito che si aprirà a Berlino dopo la conclusione formale dell’era Merkel sarà su benefici e costi nel restare nell’euro. Se i secondi prevalessero per la una crescente mutualizzazione dei rischi percepita, si metterà in dubbio la difesa oltranzista della moneta unica, perché i tedeschi non sembrano disposti a rinunciare a due cose: alla stabilità dei prezzi e ai bilanci pubblici ordinati. E l’eterogeneità dell’Eurozona mette a repentaglio l’una e gli altri, visto che una moneta unica per 19 economie differenti inizia a mostrarsi insostenibile pure agli occhi dei suoi più entusiasti supporter, a causa delle differenti condizioni monetarie e fiscali tra Nord e Sud Europa.

Come la Germania vorrebbe fregare tutti e fuggire dall’euro con oltre 900 miliardi

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