Profughi e petrolio sono le armi del ricatto della Turchia all’Europa

Profughi e politica energetica sono alla base del silenzio dell'Europa verso la Turchia, nonostante le violenze del presidente Erdogan dopo il fallito golpe.

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Profughi e politica energetica sono alla base del silenzio dell'Europa verso la Turchia, nonostante le violenze del presidente Erdogan dopo il fallito golpe.

Dal fallito golpe in Turchia di venerdì scorso, di cui si nutrono diversi dubbi, il presidente Erdogan ha fatto arrestare 6.000 militari, quasi 3.000 giudici e ha scatenato nel paese un clima di violenze, che ha spinto la cancelliera Angela Merkel ieri a fare sentire la sua voce, per quanto dalla UE non viene meno il sostegno al governo legittimo di Ankara. Più decisa, in queste ultime ore, appare, invece, la posizione degli USA, dopo che il Segretario di Stato, John Kerry, ha minacciato l’espulsione della Turchia dalla NATO, qualora questa non rispetti i principi democratici e i diritti umani. E, invece, Erdogan chiederà a breve al Parlamento la reintroduzione della pena di morte contro i golpisti.

Come mai, però, l’Europa, che pure nelle quattro ore del tentato golpe aveva sperato in una destituzione del presidente turco, non ha ancora alzato la voce, limitandosi ad appellarsi a una reazione proporzionata? Sono due le ragioni essenziali di tale silenzio.

Emergenza profughi

La prima riguarda il capitolo profughi. Alle frontiere tra Turchia e Siria vivono ammassati ben 3 milioni di profughi siriani, che Ankara controlla e per i quali è stata stretta un’intesa con la UE, finalizzata ad impedire che questa marea umana si sposti verso il Vecchio Continente, destabilizzandolo.

L’accordo è già fragile, perché i turchi pretendono che Bruxelles invii loro 6 miliardi e non i tre già stanziati, di cui solo una minima parte erogata. Tuttavia, gli afflussi dei mesi scorsi per il tramite della Grecia si sono quasi arrestati, a dimostrazione che Erdogan starebbe collaborando.

 

 

 

Rischio crisi energetica

E proprio la Grecia sarà al centro di un potenziale caso diplomatico abbastanza rischioso.

Otto militari golpisti sono atterrati sabato mattina qui, chiedendo asilo politico. Se Atene non li rispedisse indietro, Erdogan si potrebbe giocare proprio la carta dei profughi, che se non tenuti sotto controllo si riverserebbero in prima istanza proprio sul territorio ellenico, di fatto creando il caos in un paese già con problemi interni gravissimi sul piano economico e sociale.

Ma i profughi, che già basterebbero da soli a fare stare zitte le cancellerie europee, non sono l’unica ragione del loro silenzio. In realtà, la Turchia è cruciale per l’approvvigionamento energetico del Vecchio Continente. Attenzione, Ankara non esporta petrolio o gas, anzi è dipendente quasi del tutto dall’estero. Tuttavia, dal Bosforo passano ogni giorno circa 2,9 milioni di barili di greggio, pari al 3% dell’intera offerta globale.

Il riavvicinamento alla Russia

Dalla Turchia, poi, passano due pipeline per il trasporto del greggio dall’Iraq e dal Mar Caspio, ospitando anche il Corridoio del Gas del Sud, che dovrebbe fungere da alternativa alla posizione dominante della Russia. E per non parlare del porto di Ceyhat, dove vengono esportati i barili in arrivo da Azerbaijan e Iraq, mentre si consideri che la Turchia è anche un hub per il gas del Medio Oriente e dell’Asia Centrale.

Sarà forse un caso, ma si dice che il presidente russo Vladimir Putin abbia chiamato il collega turco per esprimergli vicinanza e solidarietà dopo il tentato golpe, addirittura, pare concordando un incontro a breve. Come mai questa ritrovata amicizia, considerando che i due paesi abbiano congelato i rapporti nei mesi scorsi dopo l’abbattimento di un jet russo ad opera dei militari turchi?

 

 

 

Europa cadrebbe nel caos

La risposta potrebbe risiedere proprio nel petrolio. Se il Bosforo fosse chiuso, la Russia non avrebbe più il passaggio per accedere al mercato di sbocco europeo. Insomma, un cataclisma geo-economico, le cui conseguenze sarebbe devastanti sia per i produttori che per i consumatori.

Serve cautela, quindi, altrimenti l’Europa rischia di restare a corto di energia e invasa da milioni di profughi.

E non è che sia nelle condizioni per potersi permettere anche solo di immaginare uno scenario simile.

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