Procedura d’infrazione, ecco le carte dell’Italia per evitarla

La procedura d'infrazione contro l'Italia per debito eccessivo si allontana. La Commissione europea ammorbidisce la posizione e sarebbe disposta a concedere altri 6 mesi al governo Conte. Ecco le carte di Roma.

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La procedura d'infrazione contro l'Italia per debito eccessivo si allontana. La Commissione europea ammorbidisce la posizione e sarebbe disposta a concedere altri 6 mesi al governo Conte. Ecco le carte di Roma.

Si avvicina la data del 2 luglio, quando il Consiglio europeo dovrà decidere se approvare o respingere la richiesta della Commissione UE di aprire la procedura d’infrazione contro l’Italia per eccesso di debito pubblico. Nel caso in cui la richiesta passasse, per l’ok definitivo si dovrebbe attendere la riunione dell’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari dell’Eurozona.

Negli ultimi giorni, proprio i commissari stanno ammorbidendo la loro posizione, tra tutti quello agli Affari monetari, Pierre Moscovici, che si sta battendo dietro le quinte per concedere al governo Conte altri 6 mesi di tempo per allineare la sua politica fiscale ai target di Bruxelles.

La procedura d’infrazione sul deficit può essere evitata, ma senza i 5 Stelle al governo

Stando ai rumors di palazzo, il governo italiano per il momento si sarebbe impegnato solamente a fissare a non oltre il 2-2,1% il deficit per quest’anno, mentre per l’anno prossimo non è stato ancora deciso alcunché. Se la posizione della Commissione si confermasse più morbida, almeno parte delle clausole di salvaguardia da oltre 23 miliardi di euro verrebbe rinviata di qualche anno. Per l’Italia, in concreto, significherebbe dover trovare miliardi in meno per evitare l’aumento delle aliquote IVA.

Le carte in mano al governo Conte esistono e sono numerose. La più importante non è nemmeno nella sua disponibilità, ad essere sinceri, e si chiama Donald Trump. La variabile esogena “impazzita” pende come una spada di Damocle sulla crescita dell’Eurozona. Il presidente americano potrebbe trovare in settimana un accordo commerciale con la Cina al G20 di Osaka, Giappone, ma subito dopo sposterebbe la sua attenzione sull’Unione Europea, partendo dai dazi già minacciati sulle auto, così da colpire l’eccesso di esportazioni della Germania.

Le ragioni economiche

Con un’economia a rischio recessione, l’Europa non può permettersi ulteriori fonti di tensione, anche perché l’incontro tra il vicepremier Matteo Salvini e il vicepresidente Mike Pence di inizio giugno a Washington ha confermato il legame solido tra i governi di USA e Italia.

In buona sostanza, se Roma fosse eccessivamente contrariata da Bruxelles, finirebbe per parteggiare esplicitamente per l’America di Trump nei mesi delle difficili trattative commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, sgretolando il fronte europeo. E ricordiamoci del potere di veto che ciascuno stato membro possiede sui temi della politica estera (vedi sanzioni alla Russia) e del bilancio comunitario. La paralisi dei processi decisionali sarebbe un fatto in sé grave per la credibilità istituzionale della UE.

Procedura d’infrazione contro l’Italia un paradosso, siamo tra le economie più equilibrate

E i “minibot”? Sembra siano destinati a non vedere mai la luce, ma la maggioranza li continua a sostenere, più per tattica che per convinzione. La sola minaccia che vengano emessi dal Tesoro per pagare i debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese ha messo in allarme la UE. Se ciò accadesse, sarebbe il segnale che l’Italia faccia sul serio sull’emissione di una (di fatto) “moneta parallela” e costituirebbe un precedente assai pericoloso per l’area. A quel punto, la permanenza del nostro Paese nell’euro verrebbe messa seriamente in dubbio e nessuno tra i partner vuole arrivare a tanto. Segnerebbe il fallimento di un progetto per il quale si è reso necessario un investimento politico enorme e di lungo periodo, specie in un paese come la Germania.

Ci sono, poi, i dati macro. L’Italia non è la Grecia. La nostra economia è esportatrice netta di beni e servizi e vanta avanzi primari quasi trentennali. In breve, nello scenario peggiore possibile, messo alle strette, lo stato avrebbe modo di non rifinanziarsi sui mercati, essendogli sufficienti le entrate fiscali per mantenere i livelli di spesa pubblica, evitando di rimborsare il debito in scadenza e di pagare le cedole. Attenzione, nessuno dice che ciò avverrebbe senza gravissime ripercussioni per l’economia italiana, ma che semplicemente il governo centrale di Roma, a differenza di quello di Atene nel 2015, non dipende dai mercati per l’erogazione della spesa pubblica, non essendo in deficit, bensì in avanzo, al netto degli interessi sul debito.

Questo aspetto fa venire meno la principale minaccia che il complesso tra Commissione e BCE altrimenti attiverebbe con la chiusura dei rubinetti della liquidità alle nostre banche.

Il fattore politico

E lo scontro duro non conviene a nessuna delle due parti. L’Italia del 2019 non è quella del 2011. Allora, una larghissima maggioranza degli italiani era europeista, oggi è vero il contrario. Mettendo assieme i consensi ricevuti alle scorse elezioni europee da Lega, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia – le tre formazioni annoverabili tra i cosiddetti “euroscettici” – otteniamo circa il 58%, la netta maggioranza assoluta. Le uniche formazioni più marcatamente europeiste – PD e +Europa – sono arrivate a malapena al 25%. La “guerra” permanente rischia di far scivolare l’Italia fuori dall’euro quasi naturalmente.

Infine, in questa fase l’assenso dell’Italia conta per il rinnovo delle cariche europee. La Germania non a caso si mostra la più prudente sulle sanzioni e ritiene che debba trovarsi una soluzione politica sulla procedura d’infrazione. Il “sì” di Roma a un tedesco a capo della Commissione o della BCE risulterebbe determinante per fare pendere la bilancia dalla parte di Berlino. E già a gennaio, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, aveva a sorpresa aperto all’ipotesi di Jens Weidmann come successore di Mario Draghi. I francesi lo osteggiano, ma se si ritrovassero isolati e magari avendo strappato qualcosa a Bruxelles, dovrebbero accodarsi.

Draghi costringe il successore a tenere l’Italia nell’euro

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