Primo board BCE dell’anno tra venti di crisi e grattacapi per Draghi sugli stimoli

La BCE si riunisce oggi per la prima volta nel 2019 sulla politica monetaria e il governatore Mario Draghi rischia di lasciare una pessima eredità al successore.

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La BCE si riunisce oggi per la prima volta nel 2019 sulla politica monetaria e il governatore Mario Draghi rischia di lasciare una pessima eredità al successore.

La prima riunione del board dell’anno per la BCE sarà interlocutoria, oggi. Tutti gli indicatori macroeconomici nell’Eurozona segnalano un rallentamento, con la produzione industriale ad essersi contratta a novembre in tutte le principali economie, compresa la Germania. Se alcuni fattori appaiono transitori, come il crollo della produzione di auto tedesche per l’introduzione di standard mondiali più evoluti sulle emissioni inquinanti, altri si mostrano ben più strutturali, come la debolezza dell’export per via della congiuntura internazionale meno favorevole, il rischio di una Brexit disordinata, le tensioni commerciali internazionali, quelle sociali in Francia con tanto di contraccolpi economici già parzialmente dispiegatisi e il rischio di recessione in Italia, dove la domanda interna resta anemica.

Per tutte queste ragioni, il mercato sta scontando da settimane un rinvio del primo rialzo dei tassi nell’area, atteso fino a poco tempo fa per la seconda parte di quest’anno. Adesso, bene che vada, l’appuntamento sarebbe rinviato agli inizi del 2020.

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Tuttavia, è improbabile che Francoforte oggi comunichi qualche novità. Leggendo il comunicato ufficiale, il governatore Mario Draghi potrebbe semmai sottolineare come i rischi sulla crescita restino “bilanciati”, ma stiano tendendo al ribasso. E anche con riferimento ai tassi, in maniera informale segnalerebbe la maggiore necessità per l’istituto di seguire l’evoluzione dei dati macro. Difficile, poi, che l’asta T-Ltro, attesa dal mercato da qualche mese entro la metà di quest’anno, venga annunciata oggi. Il varo ufficiale avverrebbe al prossimo board o al massimo a fine aprile.

I rendimenti sovrani stanno scendendo, specie nella parte breve della curva, scontando proprio l’arrivo di nuova liquidità a medio-lungo termine ed erogata dalla BCE a condizioni molto favorevoli, come nel biennio 2016-2017. La corsa ai BoT di queste settimane sarebbe la conseguenza della necessità per le banche italiane e persino del resto dell’Eurozona di presentarsi all’appuntamento con le dovute garanzie da esibire come collaterale per ottenere i prestiti da Francoforte.

BCE rimasta a corto di munizioni

Quella di oggi è anche la prima riunione del board dopo la fine degli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”. L’assenza di scossoni sui mercati in questo primo scorcio dell’anno distenderebbe gli animi, ma resta il fatto che Draghi rischia di arrivare alla scadenza del mandato, alla fine di ottobre, senza avere da un lato alzato mai i tassi negli 8 anni alla guida della BCE, dall’altro senza disporre di sufficienti munizioni per il caso in cui dovesse rendersi necessario un ritorno all’allentamento monetario. I tassi sono già azzerati e restano, addirittura, negativi sui depositi overnight, mentre il QE è stato cessato da questo mese, pur rimanendo l’istituto attivo nel reinvestire i proventi delle scadenze in portafoglio, per cui nel corso del 2019 dovrebbe continuare a comprare titoli per quasi 200 miliardi di euro. Se si aggiunge che da qui a 5 mesi dovrebbe lanciare una nuova asta T-Ltro in favore delle banche, non si capisce cosa Francoforte potrebbe fare di più per contrastare l’eventuale arrivo di una crisi, avendo già impiegato tutto l’arsenale di cui disponeva.

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Viceversa, la Federal Reserve ha alzato i tassi al 2,5% e ha iniziato da mesi a dimagrire il bilancio al ritmo di 50 miliardi di dollari al mese. Nel caso servisse, il governatore Jerome Powell avrebbe spazio di manovra, potendo tagliare i tassi fino ad azzerarli, magari attraverso una decina di ribassi da 25 punti base o una cinquina da 50 bp. Inoltre, potrebbe comunicare il ripristino dei reinvestimenti, così da mantenere inalterato il bilancio, sceso in poco più di un anno di 400 miliardi a 4.050 miliardi, quasi il 20% del pil americano. La BCE possiede assets per 4.467 miliardi, che fanno quasi il 40% del pil dell’Eurozona, per cui le dimensioni del suo portafoglio risultano doppie di quelle della Fed, a fronte di una capacità di stimolo dell’economia dell’area di gran lunga inferiore.

In buona sostanza, oggi i 19 banchieri centrali e i 6 consiglieri esecutivi inizierebbero a discutere a porte chiuse sull’opportunità di rinviare l’avvio della stretta monetaria per sventare sul nascere una prossima crisi. L’alternativa sarebbe di ripetere l’errore del 2011, quando l’allora governatore Jean-Claude Trichet alzò i tassi a pochi mesi dalla tempesta finanziaria che avrebbe travolto il sud dell’unione monetaria e anticipato la recessione. Con la differenza che almeno allora l’appena insediato Draghi ebbe modo di tornare indietro, mentre oggi bisognerà fare di tutto per allontanare la crisi più in là possibile, altrimenti il suo successore per combatterla la BCE si ritroverà a mani nude.

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