Prezzo petrolio verso 45 dollari, ecco perché ripiega ai minimi da 2 mesi

Petrolio intorno ai 45 dollari. Le quotazioni ripiegano per diverse ragioni, dopo la Brexit.

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Petrolio intorno ai 45 dollari. Le quotazioni ripiegano per diverse ragioni, dopo la Brexit.

La soglia dei 50 dollari al barile si sta allontanando. Quest’oggi, le quotazioni del petrolio sono dirette verso quella dei 45 dollari. Anzi, il prezzo del Wti americano segna adesso 44,78 dollari, mentre quello del Brent resta ancora al di sopra e a 46,27 dollari, ai livelli minimi degli ultimi due mesi.

Diversi fattori concorrono al ripiegamento. Per prima cosa, il buon dato sull’occupazione a giugno negli USA, svelato dal Dipartimento del Lavoro di Washington, venerdì scorso, ha incrementato le probabilità di un rialzo dei tassi USA quest’anno, il primo del 2016, il secondo dopo quello messo in atto nel dicembre scorso.

Super-dollaro e produzione non aiutano

Un effetto diretto di queste previsioni è l’apprezzamento del dollaro, che si porta ai massimi da due mesi contro le principali valute. Poiché il greggio si acquista in dollari, quando il biglietto verde si rafforza, diventa più caro per gli acquirenti non americani e ciò ne riduce la domanda.

Stando a Bagher Hughes, i siti estrattivi negli USA sono aumentati di 10 unità al venerdì scorso, salendo a 351 e segnando il quinto rialzo nelle ultime sei settimane. Il dato metterebbe in evidenza una tendenza alla crescita della produzione americana, dopo essere scesa di quasi un milione di barili al giorno dall’apice toccato nell’aprile del 2015. Per non parlare della crescita delle esportazioni americane a 660.000 barili al giorno a maggio, più che raddoppiate dall’inizio dell’anno, grazie alla fine dell’embargo quarantennale deciso da Washington.

 

 

 

Timori per economia mondiale

Tutto questo, mentre nel pianeta vi sono 3 miliardi di barili di scorte, circa mezzo miliardo in più della media quinquennale, segnalando come gli eccessi di produzione sarebbero ancora non riassorbiti, nonostante il crollo dell’offerta degli ultimi mesi, dovuto, a dire il vero, più a fattori contingenti (sabotaggi in Nigeria, incendi in Canada) che a un reale riaggiustamento del mercato.

Non ultimo, c’è la questione della crescita globale, attesa in rallentamento più che nei mesi scorsi con la Brexit. L’Europa consuma il 15% del petrolio mondiale, per cui un’eventuale stagnazione o, addirittura, sua caduta nella recessione potrebbe impattare abbastanza negativamente sui prezzi del greggio. Lo stesso dicasi per la Cina, che finora ha tenuto alta la domanda di greggio, grazie all’accumulo delle scorte a fini strategici. Quest’ultimo, però, anche in conseguenza di un rallentamento della crescita interna, potrebbe essere considerato già sufficiente, per cui i ritmi di acquisti da parte di Pechino potrebbero essere inferiori nei prossimi mesi.

 

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