Prezzo petrolio su o giù se vince Trump?

Prezzo del petrolio legato alle elezioni USA? E cosa succede se vince Donald Trump? Analizziamo uno scenario a dir poco "irrituale".

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Prezzo del petrolio legato alle elezioni USA? E cosa succede se vince Donald Trump? Analizziamo uno scenario a dir poco

Il dollaro ai minimi da due mesi contro le principali valute del pianeta sta rafforzando le quotazioni del petrolio, che sono arrivate in mattinata a 52,30 dollari al barile per il Brent e a 51,18 dollari per il Wti americano. Sembra paradossale, ma lo sfondamento della soglia dei 50 dollari è arrivato dopo l’ennesimo vertice OPEC fallimentare, tenutosi a Vienna il 2 giugno scorso, che nemmeno stavolta ha esitato alcun taglio concordato della produzione da parte dei 13 paesi membri del cartello.

Ma il settore petrolifero americano è al centro delle analisi degli studiosi, che si chiedono cosa potrebbe accadere, se a vincere le elezioni presidenziali USA sia Donald Trump piuttosto che Hillary Clinton. Il “fracking” è stato la fortuna delle compagnie americane, che nel quinquennio 2009-2014 hanno potuto incrementare la loro produzione al ritmo di un milione di barili al giorno, arrivando all’apice dei 9,6 milioni di barili quotidiani dell’aprile dello scorso anno.

Produzione petrolio USA insufficiente, nonostante boom

Al momento, l’America produce ogni giorno poco meno di 9 milioni di barili, attestandosi così terzo offerente del pianeta, dopo Russia e Arabia Saudita, ma coprendo ancora intorno alla metà del proprio fabbisogno energetico. Dunque, nonostante il boom, gli USA restano il principale importatore di petrolio al mondo, una dipendenza, che il candidato repubblicano per la Casa Bianca vorrebbe eliminare.

Trump ha attaccato duramente nei giorni scorsi i membri dell’OPEC, dichiarando che il comportamento del cartello sarebbe tale, che se fosse in America “andrebbero in galera”. L’imprenditore ha esternato il suo disappunto per prezzi così bassi, additando la responsabilità proprio all’Organizzazione.

 

 

 

Differenze tra Trump e Clinton in politica energetica

Più in generale, si riscontra una differenza sostanziale tra il suo programma energetico e quello della rivale.

Egli punta a rendere più facili le nuove trivellazioni e a ridurre il carico dei permessi da richiedere per produrre “shale”. In altri termini, la sua visione è improntata alla deregulation, il che spiega perché troverebbe il favore delle compagnie petrolifere minori.

Al contrario, la Clinton vuole tagliare i consumi energetici, in modo da ridurre le emissioni inquinanti, per cui una sua vittoria sarebbe avvertita nel lungo termine come una notizia “bearish” per il comparto petrolifero.

In realtà, le cose sembrano un po’ più complicate di quanto scritto sopra. Se Trump vincesse le elezioni a novembre, nell’immediato (questione di mesi o qualche anno) potrebbe avvertirsi una maggiore produzione petrolifera in America, per effetto della deregolamentazione voluta dal suo governo, un fatto che farebbe diminuire e non aumentare le quotazioni.

Trump vuole minore dipendenza energetica

Vero è, però, che il repubblicano punterebbe a sostituire le importazioni con produzione nazionale crescente, per cui al netto non dovrebbero registrarsi aumenti di offerta sul mercato globale, tanto da avere proposto un embargo sulle importazioni di petrolio da Arabia Saudita e suoi paesi alleati.

Ma dietro alla politica energetica di Trump potrebbe nascondersi una realtà abbastanza più complessa, come svela qualche teorico complottista, o forse sarebbe meglio dire qualche analista con un pizzico di gusto per la dietrologia. L’immobiliarista sarebbe sceso in campo per salvaguardare le piccole compagnie petrolifere americane, colpite duramente dalla politica saudita di contrastare la Russia di Vladimir Putin con una guerra sui prezzi, benedetta dalla Casa Bianca, che rappresentando gli interessi della famiglia Rockefeller, avrebbe preso a pretesto questa mossa per cercare di indebolire il Cremlino, le cui entrate statali dipendono per quasi la metà dalla vendita di petrolio e gas.

 

 

 

Scontro sotterraneo tra Rockefeller e il resto del settore

Finora, i Rockefeller avrebbero dominato incontrastati come influenza su tutti i governi americani succedutisi negli ultimi decenni, repubblicani o democratici che siano.

La loro politica attuale, però, tesa ad eliminare la pericolosa concorrenza dei produttori di “shale”, si è tradotta in una crisi del settore, che ha avuto quale effetto lo sganciamento degli interessi della potente famiglia dal resto dei produttori.

A questo punto, l’amministrazione Obama e gli stessi repubblicani, che si presume restino tutti fedeli alla linea dei Rockefeller, non godrebbero più del gradimento delle compagnie minori, da qui la nascita della candidatura di Trump, il quale non a caso si è espresso sin dagli esordi in campagna elettorale a favore del raggiungimento di un accordo con Putin sui grandi temi di politica estera, sorprendendo e spiazzando grosse fette della propria base.

Prezzo petrolio dipenderà da elezioni USA?

In altri termini, lo scenario forse un po’ fantasioso, ma non per questo del tutto destituito di fondamento, sarebbe il seguente: vincendo le elezioni, Trump assicurerebbe ai produttori “shale” regole meno ingombranti per le trivellazioni e al contempo abbandonerebbe la linea sposata dal predecessore di appoggio della strategia saudita anti-russa, che ha depresso i prezzi nell’ultimo biennio.

In questo modo, le quotazioni risalirebbero nel tempo e la sopravvivenza del settore “oil” americano sarebbe salvaguardata. Certo, alla base di questa ipotesi c’è l’assunzione che a Riad abbiano deciso apposta di aumentare le estrazioni per deprimere i prezzi e che ciò sarebbe avvenuto in combutta con Washington. Forse, le cose saranno andate in maniera un po’ meno lineare, ma una cosa sarebbe certa: Trump non avallerebbe una strategia tesa a colpire le quotazioni del greggio. Il suo tasso di anti-putinismo, oltre tutto, è assai inferiore a quello della ex First Lady.

 

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