Prezzo del petrolio ai minimi da 3 mesi, contagiato dal virus cinese

Quotazioni del greggio sotto i 60 dollari al barile per la prima volta da inizio novembre scorso. Il crollo è arrivato per mezzo del Coronavirus, sui timori dei mercati per l'impatto che avrà sull'economia mondiale.

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Quotazioni del greggio sotto i 60 dollari al barile per la prima volta da inizio novembre scorso. Il crollo è arrivato per mezzo del Coronavirus, sui timori dei mercati per l'impatto che avrà sull'economia mondiale.

La Libia ha interrotto le sue spedizioni di petrolio, l’Iran è stato tagliato fuori dai mercati internazionali, dal Kazakistan le forniture per la Cina risulterebbero sospese, eppure le quotazioni del Brent sono scese oggi sotto i 60 dollari al barile, attestandosi a meno di 59,50 dollari, ai minimi da inizio novembre, quasi tre mesi fa. E il WTI costa meno di 53 dollari per ogni barile, zavorrato dalla ormai sempre più abbondante offerta americana. Nel suo caso, bisogna risalire al mese di ottobre per trovare un prezzo così basso.

E dire che il 2020 era iniziato con il Brent schizzato fin sopra i 70 dollari sulle tensioni USA-Iran, dopo che un raid americano aveva ucciso il generale Qassem Souleimani, a capo dei pasdaran di Teheran, che a sua volta aveva risposto con un doppio attacco a due basi militari americane in Iraq. A far scivolare il greggio ci ha pensato il Coronavirus, il virus cinese che colpisce le vie respiratorie e che avrebbe origine animale, propagatosi dalla città di Wuhan e che ha già contagiato 2.700 persone, uccidendone almeno 80.

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La paura per lo scatenarsi di una vera e propria pandemia ha spinto il governo di Pechino (con ritardo?) a prendere misure drastiche. La provincia di origine del virus è stata sostanzialmente messa in quarantena, con forti limitazioni per gli spostamenti della popolazione in entrata e uscita. Hong Kong, poi, che è una regione autonoma della Cina, ha disposto il divieto di ingresso per le persone in arrivo da Wuhan. Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con la discesa delle quotazioni petrolifere. La risposta sta nel timore, non ingiustificato, che il virus porti a una minore domanda di greggio.

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Tra limitazioni coattive e il panico mondiale per la malattia, milioni di persone in meno si sposterebbero da e per la Cina e, più in generale, da e per l’Asia. Il comparto che ne uscirebbe più colpito sarebbe quello aereo. Capite benissimo che minori spostamenti equivarrebbero a minori consumi di carburante. E c’è il problema relativo all’import-export. La paura per una nuova SARS spingerebbe i consumatori occidentali (ma non solo) a scartare i prodotti made in China, specie quelli dell’agroalimentare. Anche in questo caso, la riduzione degli scambi via aereo, nave o treni-merce avrebbe contraccolpi negativi sui consumi energetici. Infine, il Coronavirus rischia di accentuare il rallentamento economico cinese già in corso da anni. E la Cina è diventata il primo importatore di greggio al mondo, per qualcosa come il 10% dell’intera offerta globale.

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Venuti meno i timori di segno opposto sul piano geopolitico, ecco che i mercati stanno scontando una crescita più lenta del previsto per la domanda. Goldman Sachs, prendendo spunto da cosa accadde agli inizi del Millennio con la SARS, stima in -260 mila barili al giorno i consumi per il 2020. Un brutto colpo per le compagnie, quand’anche l’Arabia Saudita si sia detta pronta a sostenere il comparto. Oltre tutto, questa debolezza fa a pugni con la decisione dell’OPEC+ (allargata a produttori esterni come la Russia) di rinnovare il taglio dell’offerta di 1,8 milioni di barili al giorno. In sostanza, vi sarebbero apparentemente tutte le condizioni per sostenere le quotazioni, ma queste stentano ugualmente a mantenersi sopra i 60 dollari. Del resto, l’Agenzia internazionale dell’energia stima in 1 milione di barili al giorno l’eccesso di offerta per la prima metà di quest’anno. Malgrado tutto, aggiungiamo.

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