Prezzo dei Bitcoin sopra 20.000 dollari e stavolta a puntarci sono i big della finanza

Nuovi massimi storici per la criptovaluta, che ieri ha superato il record toccato a fine 2017. Prospettive interessanti, ma anche timori per il significato di questo boom.

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Bitcoin sopra 20.000 dollari, cosa succede?

Dall’inizio dell’anno, guadagna quasi il 210%. Bitcoin sembra inarrestabile e stamattina ha toccato nuovi massimi storici a una quotazione di quasi 22.300 dollari per una capitalizzazione globale di oltre 410 miliardi. Il precedente massimo risale alla terza settimana di dicembre 2017, quando la “criptovaluta” arrivò fino a circa 19.200 dollari, salvo collassare nelle sedute successive. Già un mese e mezzo dopo, infatti, perdeva oltre la metà del suo valore, scendendo fino a 8.200 dollari. Da allora, l’andamento è stato altalenante, tant’è che fino a pochi mesi fa l’interesse mediatico sui Bitcoin sembrava essere di molto scemato. Poi, il boom. Adesso, analisti e investitori si chiedono se si ripeterà quanto accaduto tre anni fa o se stavolta sia diverso ed eventualmente perché.

In un mondo finanziario in cui c’è ormai troppa offerta di tutto, i Bitcoin si distinguono per la quantità contingentata. La sua “produzione” o “mining” è affidata a un algoritmo, che fa sì che attualmente non vi siano in circolazione più di 18,56 milioni di unità e che al massimo possano tendere nei prossimi decenni a 21 milioni. Dunque, a fronte dell’accresciuta domanda, l’offerta è per sua natura rigida, aumentando a ritmi prestabiliti. Questo rende la “criptovaluta” una sorta di oro digitale. Anche il metallo è disponibile in quantità limitata e le estrazioni annuali sono tipicamente ridotte. Ma il Bitcoin non è l’oro, difficile considerarlo un “safe asset”, data l’estrema volatilità dei prezzi. Tuttavia, ignorarne l’andamento non si sta rivelando saggio per quel mondo della finanza tradizionale, ad oggi scettico sulle prospettive di questa moneta digitale.

Il 15% dei gestori dei fondi intervistati da Bank of America nelle scorse settimane ha dichiarato che il Bitcoin sarebbe il terzo trading di punta dopo gli investimenti rialzisti sui titoli tecnologici e quelli ribassisti sul dollaro.

Una fetta crescente dei finanzieri sta guardando con interesse a questo business per proteggersi dall’inflazione. Direte, ma quale inflazione? Quella attesa per i prossimi mesi e anni, quando le economie usciranno dalla peggiore crisi accusata dal Secondo Dopoguerra per causa della pandemia. Se i prezzi al consumo torneranno a salire, non ci saranno assets finanziari tradizionali capaci di proteggere il potere di acquisto. Le azioni sono iper-comprate da un pezzo e le obbligazioni offrono ormai o rendimenti negativi o di poco positivi.

C’è un legame tra i bond e i Bitcoin tornati ai massimi storici?

Gli squali di Wall Street fiutano l’affare

Ma questi non sono discorsi del tutto nuovi. Da anni ci si racconta che i Bitcoin potrebbero essere una via di fuga dalle stamperie delle banche centrali, specie in quei contesti in cui la fiducia verso le istituzioni e la moneta fiat scarseggia. Abbiamo più volte citato i casi del Venezuela, dello Zimbabwe e di recente anche del Libano. La novità sta nella corsa alla moneta digitale che sta avvenendo per la prima volta a Wall Street. Prima c’è stato l’annuncio di Paypal, che consentirà ai suoi 346 milioni di clienti di effettuare pagamenti in Bitcoin. E siamo al mese di ottobre. Da allora, le azioni della società sono balzate di circa il 15%. Poi è arrivato quello di Robinhood, piattaforma di trading divenuta popolarissima in tempi di Covid, che ha iniziato a trattare la “criptovaluta”.

E veniamo agli “squali”. Siamo sempre nel mese di ottobre e Square annuncia di avere acquistato 4.079 Bitcoin, che ai valori di allora equivalevano a circa 50 milioni di dollari, l’1% dei suoi assets totali. Un paio di mesi prima, esattamente l’11 agosto, MicroStrategy aveva fatto di più, annunciando di avere investito ben 250 milioni di dollari in Bitcoin per proteggersi dall’inflazione. La scorsa settimana, dopo avere beneficiato del boom delle quotazioni di circa il 100% in questo lasso di tempo, ha rastrellato sul mercato altri Bitcoin per 50 milioni di dollari e dopodiché ha elevato da 400 a 550 milioni l’emissione di debito, i cui proventi saranno destinati a ulteriori acquisti della “criptovaluta”.

Un paio di mesi fa, il leggendario investitore Paul Tudor Jones di Tudor Investment Corporation non solo ha dato il suo benestare ai Bitcoin, sostenendo che gli piacciono e che sarebbero solo alla prima tappa di un lungo percorso, ma ha anche dichiarato di avere inseriti un po’ in portafoglio, chiosando che acquistarli oggi sarebbe come avere investito nella Apple di Steve Jobs o in Google agli esordi. E’ questo il salto di qualità che si aspettava e che sta già facendo la differenza. Fino a quando i Bitcoin venivano associati mentalmente all’immagine di quattro smanettoni informatici con chissà quali intenzioni poco limpide, il business restava confinato ai margini del sistema finanziario, anzi si poneva in conflitto con esso. Adesso che l’alta finanza ha compreso la portata di questo asset, si sta buttando nell’affare. Avrà fiutato le grosse potenzialità di guadagno, così come la gigantesca bolla in cui il mercato vive da tempo e resa ancora più pericolosa dall’emergenza Covid. Poco importa, perché le case di investimento non stanno più ignorando Bitcoin. E questa inizia a rappresentare una garanzia contro l’estrema volatilità e le incertezze legali che ruotano attorno a questo mondo sin dalla nascita.

Anche i Bitcoin vanno dichiarati al fisco

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