Ecco quando Bitcoin arriverebbe a 1 milione di dollari e perché ha un problema inquinamento

Le quotazioni della "criptovaluta" sarebbero destinate ad esplodere. Eppure, molti pensano che non sia un business sostenibile per via dell'inquinamento.

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Prezzo dei Bitcoin a 1 milione di dollari?

Ieri, il prezzo dei Bitcoin si aggirava sui 58.000 dollari, in rialzo del 98,5% quest’anno. Negli ultimi 5 anni, ha esibito una performance a dir poco clamorosa: +165% all’anno, cioè circa +1.300% totale. Eppure, potremmo essere solamente all’inizio di un lungo rally. Secondo il Learn Editor di CoinDesk, Ollie Leech, le quotazioni dovrebbero superare la soglia di 1 milione di dollari. Se la profezia si avverasse, praticamente il prezzo dei Bitcoin attuale sarebbe inferiore al 6% del livello a cui tenderà nel tempo. In quanti anni?

Leech spiega che il dubbio al momento sarebbe proprio questo, anche se ritiene che con ogni probabilità accadrà dopo il 2025. Il suo ragionamento è semplice e già avanzato da altri analisti delle “criptovalute”. Ogni 4 anni, Bitcoin dimezza la remunerazione corrisposta ai “miners”, cioè coloro che estraggono digitalmente la valuta. Il processo si chiama “halving” e l’anno scorso ha abbassato a 6,25 Bitcoin il compenso loro riconosciuto per ogni blocco verificato. Nel 2024, esso sarà ulteriormente dimezzato a 3,125 Bitcoin.

Ora, si può notare che sinora, a ogni dimezzamento avvenuto, nei mesi successivi il prezzo dei Bitcoin ha registrato un forte rally. Basti guardare al 2013 dopo l'”halving” nel 2012 o al 2017 dopo quello del 2016 o all’ultimo anno dopo il dimezzamento del maggio 2020. Questo significa, infatti, che non solo vengono rilasciate sempre meno “criptovalute” come compenso per i “miners”, ma anche che l’impulso alle estrazioni digitali si riduce. Il prossimo processo di questo genere è atteso per il 2024, ragione per cui dovremmo attendere un nuovo rally per i mesi e l’anno successivi. Sarà la volta che il prezzo dei Bitcoin toccherà la soglia di 1 milione di dollari?

Prezzo dei Bitcoin male per l’ambiente?

Lo scopriremo solo vivendo.

Nel frattempo, su questo business si addensano parecchi dubbi e perplessità. Si stima che per il “mining” occorrano 160 miliardi di miliardi di calcoli al secondo nel mondo. I consumi di energia ammonterebbero a 110 Terawatt l’ora all’anno, qualcosa come lo 0,55% dell’intera produzione globale. Parliamo degli stessi consumi che in un anno effettuano economie come la Svezia o la Malaysia o il Pakistan. Troppo per l’ambiente. C’è il timore che le crescenti quotazioni spostino fette di produzione da comparti economici a minori consumi energetici al “mining” dei Bitcoin. Di questo passo, il business diverrebbe insostenibile.

Ma è davvero così? Per prima cosa, i soli consumi nulla ci dicono sulle emissioni inquinanti. Bisogna capire dove avviene il “mining” e con quali fonti di energia viene alimentato. Si stima che la Cina incida per il 65% della produzione globale di Bitcoin. E poiché circa la metà della sua energia viene generata da centrali a carbone, ecco arrivati all’equivalenza tra Bitcoin e inquinamento. In realtà, la Cina presenta una situazione molto diversificata tra provincia e provincia riguardo alle fonti energetiche. A Sechuan e Yunnan, ad esempio, grazie alle piogge abbondanti, l’offerta di energia idroelettrica supera di gran lunga la domanda. Se buona parte del “mining” provenisse da queste aree, l’impatto ambientale sarebbe di gran lunga ridimensionato.

Bitcoin asset utile o perditempo

E dietro al dilemma se ne cela un altro che riguarda la stessa natura dei Bitcoin: è un business produttivo o non serve a nulla? In altre parole, se pensiamo che la “criptovaluta” serva per effettuare i pagamenti, scopo per cui formalmente è nata, allora il problema non si porrebbe o almeno non nei termini in cui viene esposto. Anzitutto, perché si tratterebbe di un servizio utile, secondariamente perché sostituirebbe le operazioni effettuate con le monete fiat. Dunque, il consumo di energia che comporta estrarre i Bitcoin rimpiazzerebbe quello generato dall’utilizzo delle monete tradizionali. Al netto, potrebbe aversi persino un beneficio.

Lo stesso ragionamento vale nel caso in cui Bitcoin fosse percepito come una riserva di valore, un asset in cui investire per proteggerci dall’inflazione e dai rischi degli assets finanziari tradizionali.

A parte il beneficio insito nel ragionamento, di fatto il “mining” andrebbe a ridurre i consumi di energia generati dagli atti d’investimento sui mercati, come la compravendita di azioni, obbligazioni, “commodities”, valute, etc. Certo, se pensiamo che i Bitcoin non servano a nulla e nei fatti la loro offerta non vada a sostituirsi ad alcun asset, l’impatto ambientale del “mining” diviene inaccettabile. Stiamo consumando energia per un capriccio, questa è la logica.

Difficile sostenere la tesi dell’assoluta inutilità di Bitcoin. Anche solo considerarlo un investimento puramente speculativo e senza implicazioni pratiche nella vita quotidiana, avverrebbe a discapito di altre forme di investimento. E di conseguenza, i consumi di energia netti non sarebbero quelli indicati, bensì minori. Potrebbe persino accadere che veniamo a scoprire che il saldo sia positivo per l’ambiente. In ogni caso, non disponiamo di numeri esatti circa la reale composizione del mix energetico utilizzato per generare questa moneta digitale. Infine, dovremmo porci il problema per ogni attività umana. Anche giocare alla Play Station inquina e non arreca alcun beneficio apparente, se non allo stesso mercato dei videogiochi. Nell’ipotesi peggiore, quindi, Bitcoin sarebbe un gioco con cui cercare di fare soldi. Né più e né meno di tante altre operazioni quotidiane apparentemente fini a sé stesse.

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