Prezzi di oro e petrolio su con le tensioni USA-Iran, di cosa hanno paura i mercati?

Il raid americano contro il generale iraniano a Baghdad ha innescato tensioni nel Medio Oriente, che i mercati finanziari stanno scontando con la fuga verso i beni rifugio come l'oro, mentre il petrolio si scalda per paura di un'escalation nel Golfo Persico.

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Il raid americano contro il generale iraniano a Baghdad ha innescato tensioni nel Medio Oriente, che i mercati finanziari stanno scontando con la fuga verso i beni rifugio come l'oro, mentre il petrolio si scalda per paura di un'escalation nel Golfo Persico.

Il 2020 si è aperto con l’improvvisa esplosione delle tensioni tra USA e Iran dopo il raid americano che all’aeroporto di Baghdad ha ucciso diversi esponenti sciiti, tra cui il generale iraniano Qassem Soleimani, a capo dei pasdaran di Teheran. L’ayatollah Khameini promette vendetta contro l’America e il Parlamento iracheno vota per chiedere che le truppe americane lascino il territorio nazionale, mentre il presidente Donald Trump avverte che nel caso in cui l’Iran colpisse gli USA in un qualche modo, già sarebbe pronta una lista di 52 obiettivi iraniani.

Sui mercati finanziari, così come tra le cancellerie mondiali, monta la paura di un conflitto internazionale, che qualcuno già chiama Terza Guerra Mondiale. Il prezzo del petrolio è arrivato a superare i 70 dollari al barile nel corso della seduta di ieri, in rialzo di circa il 6-6,5% rispetto ai livelli precedenti all’attacco americano. Stamattina, però, il Brent si sgonfiava parzialmente a poco più di 68 dollari, sotto i livelli raggiunti a metà settembre, quando l’Iran attaccò con un drone il principale sito estrattivo saudita di Aramco, colpendone la produzione per circa 5,5 milioni di barili al giorno e per diverse settimane. Le azioni della compagnia, non a caso, non solo non stanno approfittando del rialzo del greggio, ma ripiegano ai minimi dall’IPO di dicembre, scontando eventuali nuovi attacchi iraniani agli impianti.

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L’impatto su oro e conseguenze su petrolio

Boom anche dell’oro. Sempre ieri, un’oncia è stata venduta fino a 1.579 dollari, qualcosa come il 4% in più dei livelli di apertura di quest’anno, che erano in area 1.517 dollari.

Il metallo è salito così ai massimi dal marzo 2013, cioè da quasi 7 anni. La corsa dell’oro è tipica nelle fasi di tensioni e segnala la ricerca di sicurezza sui mercati. In un certo senso, si spiega anche con il rialzo del petrolio stesso, il quale, se perdurasse, surriscalderebbe le aspettative d’inflazione nel pianeta e ne colpirebbe l’economia, provocando quello che Moody’s ha già messo in guardia essere un potenziale “shock”.

Di preciso, di cosa avrebbero paura i mercati finanziari? Di un’escalation militare nel Golfo Persico, che accentui il confronto diretto tra Iran e Arabia Saudita, coinvolgendo finanche gli USA. Sinora, il terreno di scontro tra le due potenze del mondo mussulmano è stato esterno (“proxy war”), come lo Yemen e la Siria. A settembre, però, come dicevamo, la Repubblica Islamica ha attaccato il regno nei suoi interessi principali – il petrolio – quasi come avvertimento contro eventuali azioni belliche di Riad.

Dallo Stretto di Hormuz, si calcola che transiti quasi un quarto di tutto il greggio mondiale. Difficile che venga chiuso al traffico delle navi, mentre più probabile sarebbe che le stesse petroliere decidano di bypassarlo per ragioni di sicurezza. Del resto, proprio l’Iran è accusata di avere attaccato nei mesi scorsi diverse navi cargo in transito, provocando danni e anche tanta paura tra gli equipaggi. Bypassare lo stretto non sarebbe semplice, allungherebbe il tragitto da compiere per trasportare il petrolio fino ai mercati di sbocco e farebbe lievitare i prezzi di vendita. Da qui, la corsa ai beni-rifugio, seppure in misura (ancora) non così eclatante come si potrebbe pensare.

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Il conflitto nel Golfo Persico

Per contro, proprio l’attacco iraniano di settembre ha dimostrato – e questo era probabilmente il suo intento – che a Teheran basterebbe poco per minacciare l’economia saudita da un lato e l’intera economia mondiale dall’altro. Se con un drone è stata capace di compromettere circa il 5% della produzione petrolifera mondiale per settimane, cosa sarebbe in grado di fare con azioni volutamente più gravi? In effetti, una delle ragioni per le quali non è probabile che le tensioni di questi giorni sfocino in guerra aperta nel Golfo Persico risiede esattamente nelle perdite ingenti che tutti gli attori di questo teatro subirebbero.

Lo stesso Iran, già oggetto di sanzioni internazionali da parte degli USA, si è ritirata definitivamente dall’accordo nucleare dopo l’uccisione di Soleimani, ma rischia di finire come il Venezuela di Nicolas Maduro, quando già la sua economia collassa tra un’inflazione galoppante e tassi di cambio al mercato nero in caduta libera per via delle calanti esportazioni petrolifere. Dalla sua, Teheran può vantare il sostegno di paesi alleati come Cina e Russia, sebbene difficilmente essi sarebbero in grado di risparmiarle una crisi disastrosa nel caso di totale isolamento sui mercati esteri. Si consideri, poi, che i sauditi, a meno che fossero colpiti proprio nella loro capacità estrattiva, avrebbero buon gioco a rimpiazzare le minori esportazioni iraniane, così da stabilizzare i prezzi internazionali e guadagnarsi il sostegno più convinto di tutto l’Occidente, che dal petrolio ancora dipende per produrre.

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In definitiva, le tensioni finanziarie di questi giorni sono il frutto più dello sbigottimento per quello che è accaduto e dureranno con ogni probabilità fino a quando non si toccherà con mano quale sia la prima reazione concreta dell’Iran. Tuttavia, chi si aspettasse l’inizio di una guerra diretta tra Iran e Arabia Saudita, e per estensione con gli USA, rimarrebbe per fortuna deluso. Ciò non significa che lo scenario geopolitico ed economico-finanziario che ci attende nei prossimi mesi non sarà grave. Semplicemente, non ci troveremmo come in quel funesto Sarajevo del 1914, quando bastò un colpo di pistola per fare precipitare il mondo verso la Grande Guerra.

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