I prezzi dell’oro non si muovono, volatilità ai minimi da anni

Prezzi dell'oro sostanzialmente stabili da settimane, volatilità ridotta ai minimi e nessuna direzione duratura nell'uno o nell'altro senso. E da qui a fine anno?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Prezzi dell'oro sostanzialmente stabili da settimane, volatilità ridotta ai minimi e nessuna direzione duratura nell'uno o nell'altro senso. E da qui a fine anno?

Per oltre un mese, i prezzi dell’oro si sono mossi all’interno di una banda di oscillazione di appena il 3%, ovvero da un minimo di poco meno di 1.269 a un massimo di quasi 1.306 dollari l’oncia. Si tratta delle fluttuazioni minori dall’inizio del 2013. Nei fatti, la volatilità delle quotazioni si sta riducendo a livelli storicamente molto bassi, similmente a quanto da tempo sta accadendo per il mercato azionario americano e non solo. E che un simile andamento sia avvenuto anche agli nel febbraio del 2013 potrebbe confermare come il metallo continui ad essere legato alle prospettive del dollaro. Allora, infatti, il mercato iniziava ad attendersi l’annuncio della fine degli stimoli monetari, pur in presenza di un tasso d’inflazione negli USA sotto il target. (Leggi anche: Volatilità mercati ai minimi storici)

La situazione odierna non appare molto dissimile: da un lato la BCE ha appena comunicato la prosecuzione degli stimoli per i primi 9 mesi dell’anno prossimo, ma a un ritmo mensile dimezzato di 30 miliardi; dall’altro, la Federal Reserve dovrebbe alzare i tassi USA per la terza volta quest’anno al board di dicembre, cosa che sta sostenendo il recupero del dollaro nelle ultime settimane, unitamente all’atteso taglio delle tasse dell’amministrazione Trump. Oro e dollaro sono correlati negativamente, in quanto il metallo si compra nella divisa americana. Quando questa si rafforza, il prezzo del primo sale per gli acquirenti non americani, colpendone la domanda, e viceversa. Una prova? I massimi dell’anno sono stati toccati per l’oro l’8 settembre scorso, quando le quotazioni arrivarono a oltre 1.353 dollari. Lo stesso giorno, il dollaro massimizzava le perdite per questo 2017, perdendo il 10,7% da inizio anno. Da quel giorno, il dollaro ha ripreso a rafforzarsi, l’oro a indebolirsi.

Quali previsioni per la fine dell’anno?

Il fatto che l’oro non si muova segnalerebbe una impasse sul mercato, non dissimile da quelle che da tempo riguarda l’azionariato e, in misura minore, l’obbligazionario. Gli investitori si aspettano da un lato tassi USA più alti a breve, dall’altro scontano le incertezze sulla tempistica della riforma fiscale al vaglio del Congresso, le cui attese hanno alimentato i guadagni del dollaro dalla vittoria di Donald Trump al suo insediamento alla Casa Bianca. Resta il fatto che, aldilà dell’accelerazione negli ultimissimi mesi, la crescita dei prezzi nelle economie avanzate continua a sostare quasi sempre sotto i rispettivi target delle banche centrali. Tuttavia, anche su questo fronte non esistono certezze, perché il +28% messo a segno dalle quotazioni del petrolio nell’ultimo trimestre autorizza a scontare aspettative d’inflazione in crescita, le quali influenzerebbero positivamente sui prezzi dell’oro. Del resto, la loro ripresa sarebbe legata anche alla buona congiuntura presso tutte le economie avanzate e non, come segnala la stessa robusta domanda globale di greggio.

Dalla contrapposizione tra elementi positivi e negativi sull’oro, è naturale che le quotazioni restino pressappoco ferme. Non accade per caso da mesi ai rendimenti sovrani, diretti concorrente del bene rifugio per eccellenza? Il Bund decennale oscilla intorno allo 0,40% da settimane, l’omologo Treasury in area 2,40%. Nessuno dei due punterebbe apparentemente a prendere il largo nel breve, riflettendo politiche monetarie sostanzialmente ancora molto accomodanti e aspettative d’inflazione “fredde”. Se dovessimo azzardare una previsione da qui alla fine dell’anno, però, dovremmo tenere conto di tre dati su tutti: l’aumento dei tassi USA a dicembre, per quanto scontato; l’effetto sui prezzi delle quotazioni del greggio sopra i 60 dollari; il tendenziale apprezzamento del dollaro nell’ultimo trimestre dell’anno, almeno stando ai grafici degli ultimi anni. Nel loro complesso, ci suggerirebbero un quadro poco mutato e semmai leggermente più negativo che positivo per il metallo. Certo, se nel Medio Oriente o in Corea del Nord (occhio anche al Venezuela) dovessimo assistere a un’escalation di tensioni geopolitiche, lo scenario per il metallo muterebbe. (Leggi anche: Nemmeno Kim Jong-Un scalda l’oro, ecco perché)

 

 

 

 

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Argomenti: Crisi materie prime, Oro

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