Prezzi del cibo ai massimi da 5 anni: rincari da zucchero a carne di maiale e grano

Rischio di tensioni sociali in molti stati del mondo con il boom dei prezzi alimentari, ai massimi da 5 anni. A preoccupare di più è il rincaro di prodotti come il grano. E dalla Russia arriva un cattivo annuncio.

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Rischio di tensioni sociali in molti stati del mondo con il boom dei prezzi alimentari, ai massimi da 5 anni. A preoccupare di più è il rincaro di prodotti come il grano. E dalla Russia arriva un cattivo annuncio.

Il Food Price Index, l’indice dei prezzi alimentari nel mondo, segnala per lo scorso mese di dicembre il livello più alto dal 2014. Su base annua, l’incremento è stato del 12,5%, una percentuale considerevole, trattandosi di beni primari. Certo, rispetto ai picchi record del 2011, i prezzi restano ancora del 21% inferiori, ma la direzione sembra preoccupante, perché con la sola eccezione del periodo maggio-settembre, nel 2019 si è registrata una loro crescita praticamente incessante. Vediamo nei dettagli cosa sarebbe successo.

Rincari prezzi cibo: perché il clima che cambia farà schizzare i costi

Il sotto-indice della carne segna un rialzo annuo del 18%. Qui, il problema ha riguardato essenzialmente la carne di maiale, a causa della peste suina che ha decimato gli allevamenti in Cina, sconfinando in altre realtà asiatiche. Per fortuna, la carne bovina non ha seguito lo stesso trend, sempre per effetto della Cina, da cui le importazioni hanno ripiegato per diversi mesi di fila.

Un +17% tondo è stato segnato, invece, dai prodotti caseari, a causa delle deboli esportazioni da Unione Europea e Oceania, che non hanno retto il ritmo con l’elevata domanda mondiale. Unico comparto in calo (-2,1%) è risultato quello dei cereali, ma anche qui arrivano notizie non proprio rassicuranti. Il Ministero dell’Agricoltura in Russia ipotizza di limitare le esportazioni di grano a 20 milioni di tonnellate per il semestre gennaio-giugno. Nel semestre passato, Mosca ha venduto all’estero 25 milioni di tonnellate. E gli scioperi in Francia stanno colpendo le esportazioni di Parigi, con 450.000 tonnellate di grano ferme nei porti che attendono di essere spediti all’estero.

Rischio di tensioni sociali

E segnano quasi il +31% i prezzi degli oli vegetali, trainati dall’olio di palma, di semi di girasoli e di soia.

L’olio di palma, in particolare, sta ricevendo maggiori ordini dal comparto del biodiesel, in vista di una minore offerta futura. Analogo il problema per lo zucchero (+6%), che ha risentito dell’aumento delle quotazioni del petrolio. In Brasile, in particolare, ciò ha portato a un aumento della domanda di zucchero di canna per la produzione di etanolo, in sostituzione del carburante.

L’insieme di questo quadro segnala qualche preoccupazione. Quando l’indice FAO toccò il suo massimo storico nel 2001, diversi stati furono travolti da tensioni sociali e politiche fortissime, che nel mondo mussulmano presero il nome di “Primavera Araba”. Da allora, i prezzi dei generi alimentari nel complesso scesero costantemente fino al 30% entro il 2016, risalendo successivamente. Se il boom dei prezzi della carne di maiale dovrebbe essere temporaneo, più allarmanti sarebbero le conseguenze di un prolungato aumento di quelli del grano, commodity fondamentale per la produzione di beni alimentari di base, come pane e biscotti. Dalla fine del 2016, è rincarato del 20%, pur rimanendo del 52% più economico dei livelli di marzo 2008, quando toccò il suo apice. Ma si consideri che già in queste prime settimane del nuovo anno, il grano è venduto sui mercati il 7,6% in più dei livelli di dicembre, segnalando un’accelerazione rispetto al +3,8% segnato tra novembre e dicembre.

La peste suina fa strage di maiali nel mondo e i prezzi alimentari s’impennano

Se questi aumenti, almeno sinora, possono essere assorbiti senza grosse difficoltà sui mercati avanzati, non lo stesso dicasi in realtà emergenti e, soprattutto, in quelle in via di sviluppo, dove il cibo incide per una quota significativa dei redditi. Il surriscaldamento dell’inflazione che ne consegue in queste economie provoca non di rado uno scombussolamento macro, con banche centrali costrette ad alzare i tassi e il pil a risentirne negativamente. Non esattamente l’ideale per mantenere la pace sociale.

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