I prezzi del cibo sono schizzati ai massimi da quasi 50 anni, ovunque cresce la tensione sociale

Aria di rivolte in varie parti del mondo per l'esplosione dei prezzi del cibo. I rincari sono arrivati ai massimi da quasi mezzo secolo.

di , pubblicato il
Prezzi del cibo in ascesa

Cambiamenti climatici, interruzioni delle catene di produzione a causa della pandemia, eccessivi rincari delle materie prime e carenza di lavoratori provocate dalle restrizioni anti-Covid stanno diventando gli ingredienti principali di una crisi alimentare dai risvolti potenzialmente drammatici. I prezzi del cibo ad agosto sono esplosi del 33% su base annua, stando all’apposito indice alimentare della FAO. In particolare, il prezzo dello zucchero risulta salito mediamente del 48% e quello degli olii vegetali di ben il 71%.

Tenendo conto del tasso d’inflazione, i prezzi del cibo nel mondo sono schizzati ai massimi da quasi mezzo secolo. Bisogna tornare al 1975 per trovare un livello ancora più elevato. Non a caso, quelli furono anni di forte tensione sociale a seguito dell’inflazione galoppante e della bassa crescita provocati dalla crisi del petrolio.

Nell’Area Euro, il problema non è ancora diventato evidente. Ad agosto, il prezzo del cibo è salito qui del 2%, a fronte di un’inflazione generale al 3%. Negli USA, segnava +3.7% contro +5,3%. Invece, sono le economie emergenti che stanno ritrovandosi a fronteggiare l’allarme, con paesi come Iran, Cuba e Argentina a registrare tassi di crescita tendenziali superiori al 30%. Non parliamo del Venezuela, travolto negli ultimi anni dall’iperinflazione. Nel Libano, il boom è a tripla cifra: +222% a giugno. La Turchia registrava un pesante +29% ad agosto.

Prezzi del cibo e rischi sociali sui mercati emergenti

La crisi alimentare sta mettendo a dura prova i governi. L’ultima volta che il prezzo del cibo crebbe a ritmi allarmanti (+44% nel biennio 2010/2011), il mondo assistette alle famose Primavere Arabe. I regimi di Tunisia, Egitto e Libia furono travolti e in stati come Siria e Yemen esplosero guerre civili che si trascinano a tutt’oggi.

Per reagire all’emergenza, ci si sta arrangiando alla meno peggio. L’India ha messo a disposizione 20 milioni di tonnellate di riso e farina gratis, sborsando 9,1 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, ha tagliato i dazi su alcuni prodotti alimentari, tra cui la soia e le lenticchie.

Altrove, la situazione è più delicata. Paesi come l’Egitto hanno la necessità di ridurre i sussidi alimentari per migliorare i conti pubblici e ottenere i prestiti del Fondo Monetario Internazionale. E l’Europa? Per il momento sembra esclusa dall’emergenza, anche se qualche avvisaglia si ha già in Romania. Bucarest è il principale esportatore di pane nel continente, ma sta accusando anch’essa un’impennata dei prezzi dei cereali per via della sua dipendenza dalle importazioni. La Russia ha imposto da mesi dazi sulle esportazioni di farina, finendo semplicemente per perdere quote di mercato e senza riuscire a contenere i prezzi del cibo (+7,7% ad agosto).

Soluzioni semplici e immediate non ve ne sono. Tutte le misure sopra accennate sono palliativi, un modo per guadagnare tempo nell’attesa che domanda e offerta si bilancino e “sgonfino” i prezzi. Affinché ciò accada, scartando l’ipotesi di ridurre i consumi, è necessario che aumenti la produzione. E ciò richiede condizioni climatiche meno estreme, libero commercio e ritiro delle restrizioni anti-Covid. Tra l’altro, queste ultime dovrebbero essere accompagnate dal taglio dei sussidi elargiti alle famiglie, così che tornino al lavoro. Ma il clima, almeno nell’immediato, non è controllabile dall’uomo. Ed è il fattore che più preoccupa.

[email protected] 

 

 

 

Argomenti: