Riunione BCE, Draghi tra venti di crisi e tensioni per l’ultima dell’anno

L'ultima riunione dell'anno della BCE porrà fine al "quantitative easing", ma gli stimoli monetari nell'Eurozona proseguiranno. Ecco cosa dovrebbe dire oggi Draghi in conferenza stampa.

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L'ultima riunione dell'anno della BCE porrà fine al

Sarà una riunione tutt’altro che semplice quella di oggi per il board della BCE, l’ottava e ultima per quest’anno. L’istituto è chiamato a confermare o meno la cessazione del “quantitative easing” dopo questo mese, che da ottobre consiste in acquisti dimezzati per 15 miliardi mensili di assets (titoli di stato, Abs, corporate e covered bond) nell’Eurozona. Dovrebbe annunciare, in sostanza, il compimento del primo passo per uscire dall’accomodamento monetario.

Eppure, mai come in questa fase montano i dubbi sull’opportunità di una mossa, che rischia di mostrarsi prematura come il rialzo dei tassi del 2011, seguito dalla tempesta finanziaria contro l’euro.

Ieri sera, la premier britannica Theresa May è riuscita a superare un voto di sfiducia dei deputati del suo partito con 200 schede a favore e 117 contro. Resterà in carica e per un altro anno non potrà essere più sfidata dai Tories per ottenere un cambio della guardia. Tuttavia, con questi numeri in Parlamento non avrebbe il sostegno sufficiente per far passare l’accordo sulla Brexit, contestato da una parte consistente dei conservatori e dagli alleati unionisti nordirlandesi del DUP. Considerando che la maggioranza si regge sul supporto determinante di questi ultimi, se i 117 votassero contro anche in Parlamento, il Regno Unito rischierebbe seriamente di uscire dalla UE a marzo senza un accordo. Sarebbe un disastro anche per la UE, in quanto verrebbero eretti muri doganali tra le parti e la sola Germania vanta un surplus commerciale verso Londra di 50 miliardi di euro all’anno.

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BTp rifiatano, Francia e Germania preoccupano

Le tensioni non mancano nella stessa Eurozona. Ieri, il governo italiano ha proposto alla Commissione europea un deficit al 2,04% per il 2019, giù dello 0,36% rispetto alla prima stesura della manovra di bilancio. Stando ai rumors, basterebbe per evitare la procedura d’infrazione, tant’è che i BTp hanno rifiatato, con i rendimenti decennali ad essere crollati al 3,01% e lo spread a 10 anni sceso sotto i 275 punti base, ai minimi da fine settembre.

L’asta dei BoT a 12 mesi esitava, intanto, un rendimento in calo dallo 0,63% allo 0,37%. Tutti segnali positivi per i nostri bond, ma resta l’anomalia di un differenziale di rendimento con i titoli tedeschi ancora doppio rispetto a quello spagnolo. E adesso ci si mette anche la Francia a infrangere i vincoli di bilancio, con il deficit atteso per il 2019 al 3,4%, ossia superiore persino del limite massimo consentito dal Patto di stabilità.

Il presidente Emmanuel Macron ha concesso ai francesi misure per una decina di miliardi sull’onda delle proteste dei “gilet gialli”, che segnalano un forte malcontento diffuso in Francia contro le riforme economiche in cantiere del governo e le condizioni di vita di una parte considerevole della popolazione. Trattandosi della seconda economia dell’Eurozona, non è un problema da poco. E tutto questo, mentre la Grosse Koalition al governo in Germania collassa nei consensi ai minimi termini. La cancelliera Angela Merkel è ormai uno zombie politico, privata della leadership riconosciutale in Europa negli anni recenti. La caduta in disgrazia di Merkel e Macron indebolisce l’asse franco-tedesco, lo stesso che ha retto le sorti dell’unione monetaria sin prima che nascesse. Il vento “sovranista” e populista spira forte in tutto il continente, quando mancano 5 mesi alle elezioni europee.

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Pil e inflazione giù nell’Eurozona

Per non parlare del fatto che la crescita nell’Eurozona si sia dimezzata nel terzo trimestre a un pallido +0,2% congiunturale, frutto anche del primo segno meno della Germania da tre anni e mezzo (-0,1%). Dal comparto manifatturiero si registra un deciso rallentamento dell’attività, mentre la fiducia di consumatori e imprese è scesa ai minimi da mesi. Uscendo nuovamente fuori dall’area, altri due fattori creano apprensione. Il primo riguarda le tensioni commerciali tra USA e Cina, culminate dopo l’arresto della cfo di Huawei, figlia del fondatore. Negli ultimi giorni, va detto, i rapporti tra le prime due economie mondiali sembrano essersi distesi sulla scarcerazione della manager e il taglio dei dazi sulle auto da parte della Cina, con il presidente Donald Trump ad avere dichiarato ieri di essere disposto a intervenire sul caso giudiziario per rassicurare Pechino.

Adesso, la Casa Bianca potrebbe porre nel mirino proprio le auto, ma quelle prodotte in Europa, le quali scontano effettivamente negli USA dazi al 2,5% contro il 10% imposto dalla UE.

Infine, il petrolio. Nonostante il taglio della produzione deciso dall’OPEC per 1,2 milioni di barili al giorno, una settimana fa, le quotazioni del Brent si mantengono intorno ai 60 dollari al barile, il 30% in meno rispetto a soli due mesi fa e decisamente a livelli inferiori rispetto alla media dell’anno. Per un’inflazione di fondo nell’Eurozona ancora tutt’altro che nei pressi del target, difficile immaginare che ciò deponga in favore di una stretta sui tassi imminente. Le nuove proiezioni macro che verranno diramate dal governatore Mario Draghi in conferenza stampa e che per la prima volta contempleranno il 2021 dovrebbero esitare un taglio sia dell’inflazione che del pil attesi per il prossimo anno, quanto basta per allontanare il primo rialzo dei tassi, che dal comunicato del giugno scorso avverrebbe non prima della prossima estate. Sui mercati inizia a crescere la convinzione che non ci sarà per tutto il 2019.

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Gli stimoli dopo il QE

Quanto al QE, gli spunti negativi sopra citati non sarebbero sufficienti per giustificare un cambio di rotta, ossia il mantenimento degli stimoli oltre quest’anno. Tuttavia, la BCE potrebbe segnalare l’intenzione di riesumarli nel caso servissero, nonché di reinvestire i proventi derivanti dai titoli in scadenza per un periodo piuttosto lungo. Improbabile, ma non impossibile, che fornisca indicazioni precise sulle modalità con cui verranno condotti gli acquisti dall’anno prossimo, ossia se si concentrerà sulle scadenze più longeve, allungando la duration media (“Operazione Twist”). Quanto alle aste T-Ltro, con cui ha già iniettato liquidità a pioggia alle banche nell’area tra la fine del 2011 allo scorso anno, ci si attende che ne venga tenuta un’altra entro la prima metà dell’anno per evitare che i rimborsi attesi dal 2020 finiscano per contrarre il credito all’economia reale.

Tuttavia, non è detto che l’annuncio arrivi oggi stesso, potendo essere rinviato a fine gennaio.

In generale, Draghi oggi si mostrerà più “colomba” delle scorse conferenze stampa, sottolineando i vari fattori di rischio al ribasso che incombono sulla crescita e che probabilmente iniziano ad essere superiori rispetto a quelli al rialzo, per cui non sarebbero più del tutto “bilanciati”, come ancora apparivano al board di ottobre. I toni saranno improntati al rassicurare che, finito il QE, la politica monetaria della BCE resterà abbastanza espansiva ancora per un po’, come ha anticipato lo stesso capo-economista Peter Praet nei giorni scorsi. E sui tassi, il riferimento al loro mantenimento al livello attuale “fino all’estate 2019” dovrebbe essere mantenuto, ma non è escluso un cambio per segnalare il rinvio della prima stretta dal 2011, specie adesso che la Federal Reserve si mostra intenzionata a prendersi una pausa dopo il quarto rialzo di quest’anno, atteso per mercoledì prossimo. Troppe le nubi addensatesi sull’Eurozona, Draghi dovrà battere un colpo per allontanarle.

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