Prestito Fiat con garanzie dello stato, se gli Agnelli si riscoprono italiani

Polemiche sul prestito chiesto da Fiat Chrysler Automobiles per 6,3 miliardi di euro a Intesa Sanpaolo e garantito da SACE. Vediamo come stanno le cose.

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Polemiche sul prestito chiesto da Fiat Chrysler Automobiles per 6,3 miliardi di euro a Intesa Sanpaolo e garantito da SACE. Vediamo come stanno le cose.

Il Decreto Liquidità continua a far discutere e stavolta proprio perché un maxi-prestito verrebbe erogato, grazie alla garanzia dello stato. Parliamo di Fiat Chrysler Automobiles (FCA), che ha fatto richiesta a Intesa Sanpaolo di 6,3 miliardi di euro, con quest’ultima a sua volta ad avere richiesto sull’80% dell’erogazione la garanzia di SACE, la controllata di Cassa depositi e prestiti che assicura le società italiane. Il finanziamento servirebbe alla casa automobilistica italo-americana per salvaguardare le attività nel nostro Paese, dove il gruppo impiega direttamente 55.000 dipendenti in 16 stabilimenti e 26 poli di ricerca e sviluppo. Considerando l’indotto, composto da 5.500 imprese fornitrici, si aggiungono altri 200.000 posti di lavoro, così come 120.000 arrivano dalla rete di rivenditori e assistenza ai clienti.

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In definitiva, FCA pesa attualmente per il 40% del fatturato italiano derivante dalla componentistica automotive. Eppure, trasversale nel mondo politico si è levata la richiesta al colosso di rimpatriare la sede fiscale, spostata anni fa nel Regno Unito, nonché quella legale, che si trova in Olanda, quest’ultimo un paese con cui abbiamo in corso una querelle politica rilevante sugli aiuti per affrontare l’emergenza Coronavirus. Dall’ex ministro della Giustizia del PD, Andrea Orlando, all’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, per non parlare di esponenti della sinistra più radicale come Nicola Fratoianni e dello stesso Movimento 5 Stelle, tutti chiedono che FCA o rinunci al prestito garantito dallo stato o alla sua posizione fiscale all’estero.

La situazione è molto delicata. Il decreto prevede che gli imprenditori possano richiedere fino al 25% del loro fatturato come prestito alle banche, garantito dallo stato, un modo per indennizzarli indirettamente delle conseguenze legate al “lockdown” imposto dal 9 marzo a tutto il territorio nazionale e che, tra le altre cose, ha quasi azzerato il numero di auto vendute in Italia.

Sarebbe corretto aiutare con soldi o garanzie pubblici imprese che nemmeno pagano le tasse nel Paese che viene in loro soccorso? La polemica riguarda in queste settimane anche le compagnie di crociera, dalla Royal Caribbean alla Carnival, che pur avendo sede fiscale nel Panama, chiedono di rientrare tra i beneficiari degli aiuti alle imprese elargiti dal governo americano.

La polemica sulla garanzia statale

Ora, onde evitare di ragionare solo di pancia, dobbiamo ammettere che la vicenda FCA sia un po’ più complessa di quanto la si descriva. Anzitutto, l’erogazione del prestito garantito avverrebbe sulla base dei criteri fissati dal decreto del governo, che non presuppone che le società beneficiarie siano anche legalmente e/o fiscalmente residenti in Italia, semmai che il fatturato su cui calcolare la garanzia sia quello prodotto sul territorio nazionale. Dunque, se arriverà il placet di SACE a Intesa, ad essere garantito sarebbe il finanziamento relativo alla porzione di fatturato prodotta in Italia e a salvaguardia di decine di migliaia di posti di lavoro nel nostro Paese.

Nessuno strappo alle regole, insomma. Anzi, sarebbe una violazione dei contenuti del decreto, qualora la concessione della garanzia non avvenisse in automatico, come previsto. Detto ciò, gli Elkann-Agnelli non possono uscirsene con un comunicato trovato imbarazzante dagli stessi organi di informazione controllati, ossia il Gruppo L’Espresso, che con Repubblica La Stampa hanno tentennato sulla pubblicazione della notizia. Perché? Beh, diciamo che FCA sono stati in Italia l’emblema di una società storica in fuga dal nostro Paese per ragioni normative, produttive e fiscali, insomma per risparmiare sui costi. E tutto ciò è stato senz’altro legittimo, anche perché è notorio come l’Italia abbia una burocrazia ipertrofica, una gestione dei contratti di lavoro inefficiente e, soprattutto, una pressione fiscale insostenibile se vuoi competere sul mercato globale.

Dopo la fusione con Chrysler, gli Elkann sotto la gestione del compianto Sergio Marchionne hanno deciso di avvalersi delle normative vantaggiose dell’Olanda in tema di mantenimento del controllo societario, della fiscalità più favorevole di Londra e di spostare di fatto il quartier generale dello storico marchio a Detroit, con Torino a presidiare l’Europa.

Bene, ma adesso come la mettiamo con il maxi-prestito? Dopo il legame reciso tra la storica famiglia del capitalismo italiano e il Bel Paese non si sta avendo un reale ritorno di fiamma, quanto un’operazione di puro shopping delle normative per sfruttare al meglio le condizioni offerte dai vari governi nazionali e ottenere liquidità a basso costo.

Le tre strade dell’Italia

L’Italia avrebbe oggi tre strade: approfittare dell’emergenza per “vendicarsi” del torto subito e dopo avere per decenni assistito oltremisura un’azienda che era diventata sinonimo di capitalismo relazionale parassitario, negare oggi la garanzia sul prestito; rilasciare la garanzia incondizionatamente; rilasciare la garanzia a condizione che almeno la sede fiscale torni in Italia. Nel primo caso, ci prenderemmo una magra soddisfazione, perché con ogni probabilità sortiremmo l’effetto di vedere il gruppo abbandonare definitivamente l’Italia. Non dimentichiamoci che i vertici stanno trattando la fusione con Peugeot, controllata dallo stato francese. E uno schiaffo agli Elkann-Agnelli oggi equivarrebbe a un regalo a Parigi, oltre che Detroit.

L’idea della garanzia condizionata in sé non sarebbe da scartare, se non fosse che il sistema Italia stia imbarcando acqua da tutte le parti. Il livello di tassazione è insopportabile e nessuna grande realtà che debba confrontarsi con la concorrenza globale può permettersi di avere a che fare troppo con Roma. Purtroppo, dobbiamo prendere atto del nostro potere negoziale ridotto, se non nullo, verso le multinazionali. Se FCA chiudesse gli stabilimenti, ci ritroveremmo con qualche centinaio di migliaia di disoccupati non collocabili altrove, non essendovi alcuna corsa di nessuno per venire ad investire da noi. Questo non significa che la garanzia statale non debba essere fatta pesare agli Elkann-Agnelli.

Come? Pretendendo che la fusione con Peugeot, ormai molto probabile, non si riveli l’ennesimo depotenziamento della produzione in Italia e, anzi, ottenendo almeno la garanzia ufficiosa che nei piani industriali aziendali vi sarà maggiore spazio per il nostro Paese.

Non possiamo permetterci né di perdere ciò che resta di FCA sul nostro territorio, né di regalare garanzie ad aziende che le sfrutteranno per ottenere liquidità da investire in altre realtà concorrenti alla nostra. Di certo, emerge ancora più nitidamente del 2008 la natura d’accatto di un pezzo di capitalismo, bravo a pontificare sul libero mercato fino a quando non si presenta con il cappello in mano per chiedere ai governi i quattrini dei contribuenti per sopravvivere a crisi, che spesso sono il frutto di scelte d’investimento sbagliate, di assenza di lungimiranza, di disconnessione dal mercato e dalle preferenze dei consumatori. Garantiamo pure il prestito a Fiat, purché il Lingotto cessi di snobbare l’Italia e torni a considerarla, se non più esattamente la sua patria, almeno un mercato di produzione e di sbocco strategicamente importante per il suo sviluppo, anche perché sinora, all’infuori di esso, in Europa non ha dimostrato di valere granché. Le quote di mercato parlano da sole.

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