Presidenza Trump minaccia per l’economia della Germania?

Il presidente Trump può davvero minacciare gli interessi economici della Germania? Se sì, vediamo come.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente Trump può davvero minacciare gli interessi economici della Germania? Se sì, vediamo come.

A giorni nasce ufficialmente la 45-esima presidenza USA, guidata dal repubblicano Donald Trump, che si annuncia come una vera rottura per gli equilibri geo-politici del pianeta, tanto che la vittoria del magnate è stata considerata dai media e dagli analisti di tutto il mondo come il frutto di un vento di “de-globalizzazione”. Prima ancora di insediarsi alla Casa Bianca, Trump ha preso di mira su Twitter le aziende americane che tentano di delocalizzare la produzione, pur avendo negli USA il loro principale mercato di sbocco. E così, da Ford a Fiat Chrysler, da Apple ad Amazon, passando persino dalla cinese Alibaba, tutte le grosse realtà societarie a stelle e strisce hanno annunciato piani per la creazione di nuovi posti di lavoro in territorio americano, in qualche caso – come per Ford – smantellando i precedenti propositi di investimento all’estero, come in Messico.

Che si tratti di realtà o semplice ruffianeria mediatica (difficile credere a Jack Ma, quando promette di creare un milione di posti di lavoro negli USA), è certo che con Trump la globalizzazione non si arresta, ma cambia volto. Poiché l’America è la prima economia del pianeta e vale oltre 18.000 miliardi di dollari, rappresentando quasi un quarto del pil mondiale, il solo fatto che preconizzi ritorsioni contro la Cina, seconda economia del pianeta con circa 11.000 miliardi di dollari di pil, rappresenta un fatto epocale, con conseguenze potenzialmente scioccanti per economie molto legate al commercio mondiale. (Leggi anche: Commercio mondiale, Trump potrebbe portargli fortuna?)

Economia tedesca basata sulle esportazioni

Parliamo della Germania. L’economia tedesca si compone per oltre la metà di esportazioni. Nel 2016, la sua bilancia commerciale è stata in attivo per qualcosa come più di 250 miliardi di euro. E le partite correnti, che includono anche il saldo dei movimenti dei capitali, avrebbe raggiunto (siamo in attesa dei dati ufficiali) il record dell’8,9% del pil.

La Germania senza esportazioni non sarebbe la stessa economia. La sua domanda interna è notoriamente insufficiente, conseguenza di svariate ragioni. Una è demografica: i tedeschi, come d’altronde noi italiani, sono un popolo mediamente vecchio ed è un fatto assodato che la popolazione anziana tenda a risparmiare di più, ovvero ad adottare una politica più conservativa sui consumi. Gli stessi investimenti pubblici sono considerati in qualche caso al di sotto del dovuto, come nel caso delle infrastrutture auto-stradali. (Leggi anche: Export Germania da record, ma all’Europa non serve mettere in croce la Merkel)

 

 

 

 

Economia tedesca a rischio con una guerra commerciale

Che cosa accadrebbe, se la presidenza Trump, attuando alcune delle misure già ventilate dal “transition team”, scatenasse una guerra commerciale con la Cina e altre tra le principali economie mondiali? I commerci tra gli stati, già in rallentamento vistoso (la crescita è risultata dimezzata rispetto al pil nel 2016), potrebbero ridursi ulteriormente e ciascuna grande economia finirebbe per dover contare su sé stessa, in termini di crescita.

Per la Germania sarebbe una grossa botta, ma davvero grossa. Come farebbe a riconvertire la propria economia dall’oggi al domani, puntando più sui consumi interni? E’ il problema che si sta trovando ad affrontare la Cina in questi anni e che sta portando a un inevitabile rallentamento del suo ritmo di crescita. Solo, che i cinesi sono passati dal crescere il 9-10% al 6,5-7% all’anno, mentre i tedeschi rischierebbero di scendere dal +1,5-2% allo zero, con le conseguenze immaginabili sul piano della tenuta politica e sociale. Già oggi, con la disoccupazione al 6%, il tasso più basso dalla riunificazione del 1990, un’economia solida e una povertà poco diffusa, la destra euro-scettica e simpatizzante adesso di Donald Trump cresce a percentuali a doppia cifra; figuriamoci nel caso di crisi. (Leggi anche: Guerra commerciale, Trump attacca la Cina)

Difficile per l’economia tedesca puntare subito sui consumi interni

Oltre tutto, se davvero la presidenza Trump dovesse sparigliare le carte subito (improbabile, serviranno almeno anni per cambiare il corso degli eventi), introducendo magari la cosiddetta “border adjustment tax”, con l’obiettivo di incentivare le esportazioni e disincentivare le importazioni dagli USA e provocando una reazione uguale e contraria da parte di Cina e chissà chi altri, l’economia tedesca difficilmente avrebbe la capacità di mutare prospettiva, perché spostare le direttrici della sua crescita verso i consumi interni troverebbe quale primo ostacolo il trend rialzista dei tassi, che non gioca in favore della domanda.

A quel punto, il governo di Berlino potrebbe essere sollecitato dalla UE a puntare sulla spesa pubblica, ma si tratterebbe di un’opzione non solo opinabile (gli USA hanno aumentato dell’88% in 8 anni il debito pubblico sotto Barack Obama, registrando il più basso ritmo di crescita del pil dal Secondo Dopoguerra), bensì pure poco realistica in un paese come la Germania, dove i proseliti del deficit spending sono storicamente molto pochi. (Leggi anche: Dazi USA contro la Germania, Trump minaccia ritorsioni sull’euro debole)

 

 

 

 

Non solo Trump, c’è anche Brexit

E’ molto probabile che abbiamo estremizzato i ragionamenti, che quanto meno abbiamo velocizzato la portata degli eventi in corso, i quali richiederanno anni per dispiegarsi. Tuttavia, nel mondo non c’è solo Trump; esiste anche un fenomeno epocale, che prende il nome di Brexit e che si tradurrà in fatti da qui ai prossimi anni, mentre le tendenze isolazionistiche e le spinte contrarie alla globalizzazione crescono un po’ in tutte le grandi realtà economiche. Fateci caso: i difensori a spada tratta del commercio mondiale senza se e senza ma sono rimasti la Germania e la Cina, guarda caso i grandi beneficiari della globalizzazione, dotati di una macchina delle esportazioni di grossissima cilindrata. (Leggi anche: Industria auto Germania: no hard Brexit)

 

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Argomenti: Brexit, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Elezioni in Germania, Germania, Rallentamento dell'economia cinese