Presidenza Rai, il via libera di Berlusconi a Salvini su Foa passa per la pubblicità su Mediaset

Ecco perché Salvini ha incassato l'ok di Berlusconi sul nome di Foa come presidente Rai. La politica non c'entra, la pubblicità su Mediaset sì.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco perché Salvini ha incassato l'ok di Berlusconi sul nome di Foa come presidente Rai. La politica non c'entra, la pubblicità su Mediaset sì.

Accordo fatto tra Forza Italia e Lega. Il vice-premier Matteo Salvini si è recato ad Arcore domenica sera, dove ha incontrato l’ex premier Silvio Berlusconi e il vice-presidente azzurro Antonio Tajani, ottenendo il via libera sul nome di Marcello Foa per la presidenza Rai. Pertanto, già da questo venerdì o al più tardi settimana prossima, la Commissione di Vigilanza sbloccherà uno stallo che va avanti da un paio di mesi, da quando il nome del giornalista non raccolse i consensi dei due terzi dei componenti della Commissione, a causa del voto contrario di Forza Italia. In cambio, si vocifera che Berlusconi avrebbe ottenuto un candidato proprio per governatore del Piemonte e rassicurazioni sul fatto che la Lega non romperà la coalizione in nessuna delle regioni chiamate al voto nei prossimi mesi (Basilicata, Abruzzo, Sardegna e Piemonte). Possibile, ma ciò che sta davvero a cuore al Cavaliere non riguarda più la politica, quanto la difesa degli affari di famiglia.

Nomine Rai, Salvini non molla Foa e Berlusconi cederà a vantaggio di Mediaset

Il via libera a Foa sarebbe arrivato dietro precise garanzie di Salvini sul fatto che mai avallerà i piani degli alleati di governo a 5 Stelle per ridimensionare Mediaset. Due sarebbero le norme che maggiormente affliggono i pensieri dei vertici di Cologno Monzese: la minaccia del ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, di imporre un tetto pubblicitario al 10% su ciascuna rete televisiva; l’abbassamento del numero massimo di reti che ciascuna società televisiva potrà possedere. In pratica, Mediaset rischia di dover mandare in onda meno spot, almeno nelle reti principali (Canale 5, in testa) e persino di perdere Rete 4 (e non solo) e tanti soldi.

La futura direttiva UE sulla pubblicità

Aldilà degli intenti punitivi, il Biscione vorrebbe evitare di trovarsi contro il governo italiano in fase di recepimento di una direttiva comunitaria di prossima adozione, stando alla quale il limite orario all’affollamento pubblicitario verrebbe innalzato al 20%. Ad oggi, esso è del 18%, mentre quello giornaliero è fissato al 15%. Bruxelles intende venire incontro alle esigenze delle TV europee, che da anni si trovano a competere con colossi americani come Facebook e Google, attivi nella raccolta pubblicitaria e sfuggenti a qualsiasi reale regolamentazione, oltre che alla tassazione. Elevando il tetto pubblicitario al 20% e sostituendo i paletti orari con vincoli giornalieri per la fascia 07.00-23.00, consentirebbe a realtà come Mediaset di mandare in onda più spot nelle ore di punta, evitando di farlo di notte, quando l’audience è notevolmente più basso e gli inserzionisti pagano molto meno.

C’è di più: Mediaset ha ingaggiato da tempo una battaglia, combattuta nelle aule parlamentari e della Vigilanza da Forza Italia, tesa a fare sottostare ciascun canale della Rai ai limiti di affollamento settimanale del 4%, fissati dal TUSMAR, il Testo Unico sul sistema radio-televisivo. In pratica, cosa succede sino ad oggi? La Rai percepisce il canone dagli utenti e per questo può trasmettere molta meno pubblicità delle reti private. Non il 15% giornaliero o il 18% orario, bensì il 4% settimanale. Tuttavia, questo limite non viene applicato canale per canale, come avviene per le reti private, bensì al complesso delle reti Rai. Questo consente, ad esempio, a Rai Uno di arrivare a un affollamento pubblicitario settimanale medio di oltre il 5% e in cambio Rai Tre lo tiene al 3%. E’ noto come la prima rete pubblica vanti uno share nettamente più alto delle altre e per questo incassa di più per ciascuno spot mandato in onda, a parità di collocamento orario. Conviene a Viale Mazzini trovare più inserzioni per Rai Uno che non per Rai Tre, fermo restando il limite generale del 4%.

Se Mediaset la spuntasse, anche alla Rai si applicherebbe un tetto pubblicitario canale per canale, per cui la TV pubblica dovrebbe ridurre il numero degli spot su Rai Uno per aumentarli altrove. Attenzione, però, perché per un inserzionista non è indifferente la rete in cui fare pubblicità, essendo diversa la tipologia e la quantità del pubblico. Pertanto, il tetto per canale finirebbe probabilmente per rendere disponibili nuovi spazi per le reti concorrenti, alle quali si applicherebbero oltre tutto limitazioni meno stringenti, in virtù della nuova disciplina comunitaria in via di approvazione. Per intenderci, se Rai Uno dovesse tagliare di un quinto il suo affollamento pubblicitario settimanale dal 5% al 4% e se al contempo gli spot in eccesso non venissero tutti piazzati nelle altre reti Rai (o potrebbero essere piazzati a prezzi inferiori), ad approfittarne sarebbe Mediaset, che potrebbe offrire nuovi spazi o tenerli invariati e alzare il prezzo, data la maggiore domanda. Le stime parlano di svariate decine di milioni di euro in più all’anno di ricavi potenziali.

Abolizione canone Rai, quella di Renzi è solo fuffa per spaventare Berlusconi

E Salvini diventa cruciale per Mediaset

C’è un inghippo giuridico: la limitazione fissata dal TUSMAR al complesso delle reti vige sul presupposto che la Rai sia la concessionaria a cui è affidato il servizio pubblico e, pertanto, andrebbe considerata come un unicum, contrariamente alle TV private, che ottengono dallo stato una concessione rete per rete. La sola Commissione di Vigilanza non può modificare una norma di rango primario. A farlo potrebbe essere solo il Parlamento, cosa alquanto improbabile con l’M5S in maggioranza, anche perché il tetto per canale minerebbe i conti di Viale Mazzini e rischierebbe di tradursi in un boomerang per il governo giallo-verde, nel caso in cui fosse costretto successivamente ad innalzare il canone o la misura venisse percepita come un regalo alle TV di Berlusconi, che per i grillini resta un nemico pubblico.

E allora, al Cavaliere basterebbe forse un atteggiamento passivo di Di Maio sulla direttiva comunitaria. In fondo, se fosse Bruxelles a varare un provvedimento favorevole alle TV europee per contrastare i colossi americani, perché mai Roma dovrebbe contrastarlo? Purtroppo per lui, c’è un precedente negativo in tal senso. Già nel 2016, pochi giorni prima delle dimissioni, il governo Renzi aveva osteggiato apertamente le proposte di modifica della direttiva sulla pubblicità televisiva, sostenendo che consentirebbe alle reti private di fare “troppa pubblicità” e temendo ripercussioni sui conti Rai. E se un premier “amico” aveva osato andare contro gli interessi di Mediaset (per ritorsione sul “no” al referendum costituzionale di Forza Italia?), figuriamoci cosa non farebbe un Di Maio per accreditarsi come il nuovo anti-Cav? Per questo, Salvini serve ad Arcore più che mai. E già i salotti di Mediaset si spalancano per il leader della Lega, accolto dal pubblico in studio di Barbara D’Urso con applausi scroscianti.

Il tonfo di Mediaset e la paura per Di Maio-Salvini: per Berlusconi la “pacchia” è davvero finita?

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Argomenti: Economia Italia, Politica italiana, Servizi pubblici