Portogallo, nuova crisi del debito sovrano non esclusa

Il Portogallo torna a far preoccupare per una seconda possibile crisi del debito sovrano. I rendimenti dei suoi bond sono esplosi negli ultimi mesi, nonostante il "quantitative easing" della BCE.

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Il Portogallo torna a far preoccupare per una seconda possibile crisi del debito sovrano. I rendimenti dei suoi bond sono esplosi negli ultimi mesi, nonostante il

Che il Portogallo non navighi in acque calme e che nel paese possa esplodere una seconda crisi del debito sovrano lo fanno intendere i rendimenti dei suoi bond pubblici, che per la scadenza decennale sono saliti al 3,4%, segnando in appena due mesi una crescita di 70 punti base. Erano all’1,5%, quando nel marzo dello scorso anno il governatore della BCE, Mario Draghi, iniziò ad attuare sui mercati il “quantitative easing”.

Rispetto a un anno fa, sono saliti di 100 punti base, quando i rendimenti sovrani degli altri titoli di stato dell’Eurozona, Grecia esclusa, sono scesi ai minimi storici negli ultimi mesi.

Eppure, Lisbona era uscita oltre due anni fa dal piano di assistenza finanziaria da 78 miliardi, al quale ha dovuto accedere nel 2011, chiedendo aiuto alla Troika (UE, BCE e FMI), dopo che i suoi bond erano stati presi di mira dai mercati, timorosi di un collasso finanziario.

Economia portoghese dalla ripresa alla sfiducia

I successi ottenuti dal governo conservatore dell’ex premier Pedro Passos-Coelho sul fronte dei conti pubblici e della disoccupazione, oggi scesa poco sopra l’11%, sono andati dissipati in pochi mesi con la fuga dalle politiche di austerità fiscale, avviata dal nuovo esecutivo a guida del socialista Antonio Costa, che in Parlamento viene appoggiato da altri tre partiti di estrema sinistra, quello comunista, i Verdi e il Blocco di Sinistra.

Costa ha alzato il salario minimo, ha eliminato parzialmente una sovrattassa sui redditi, ha reintrodotto 4 giorni di ferie per i dipendenti pubblici, che il precedente governo aveva eliminato, e ha abbandonato la politica dei tagli agli stipendi pubblici degli anni precedenti. (Leggi anche: Portogallo abbandona l’austerità)

 

 

 

Rating Portogallo a rischio con alto debito

L’intento del premier era di spronare la crescita con una politica fiscale espansiva, mentre ad oggi ha ottenuto il risultato opposto: il pil sta crescendo sempre meno di trimestre in trimestre, gli investitori si stanno allontanando da Lisbona, timorosi della gestione dell’economia da parte di questo governo molto spostato a sinistra e sostenuto da forze schiettamente euro-scettiche e nemmeno i consumi privati stanno aumentando adeguatamente, rallentando al +1,7% nel secondo trimestre dal +2,6% del primo.

Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme, elencando le cause di una nuova possibile crisi dell’economia lusitana: alto debito pubblico (quasi al 130% del pil), elevate sofferenze bancarie e bassa crescita. L’agenzia di rating Dbrs revisionerà il giudizio sui titoli lusitani il prossimo 21 ottobre, quando comunicherà se intende lasciarlo invariato o eventualmente declassarlo.

Le previsioni sono per un mantenimento del rating sovrano attuale, altrimenti il paese perderebbe lo status di “investment grade” e le sue banche non potrebbero accedere direttamente alla liquidità della BCE, dovendola eventualmente pagare a un costo maggiorato di quello attuale e dietro concessione dei fondi da parte di Francoforte, come accaduto con la Grecia. Questo, a meno di una rinuncia dell’istituto ad avvalersi della tutela contro i titoli “spazzatura”. In teoria, poi, Francoforte dovrebbe cessare di acquistare i titoli lusitani con il QE, contribuendo a far impennare i rendimenti. (Leggi anche: Bond Portogallo, bond a rischio QE)

 

 

 

Nuova crisi del debito difficilmente sostenibile per l’Eurozona

Una crisi del debito in Portogallo è l’ultima cosa di cui l’Eurozona avrebbe bisogno. Se si verificasse entro i prossimi mesi, non ci sarebbero le coperture politiche adeguate per affrontarla tempestivamente e con coraggio, dato che i due principali creditori dell’area, Germania e Francia, sono sotto elezioni e il governo della cancelliera Angela Merkel non può mostrarsi cedevole verso i paesi lassisti del Sud Europa, mentre a Parigi il caso sarebbe percepito come la conferma dell’insostenibilità della moneta unica, propugnata dal Fronte Nazionale di Marine Le Pen.

In assenza di uno spegnimento immediato, l’incendio rischierebbe di propagarsi verso il resto del sud dell’Eurozona. Vero è che la BCE sostiene i corsi dei bond con il QE, ma è altrettanto indubbio che questi stimoli stiano giungendo al capolinea e lo stesso Portogallo dimostra in questi mesi che, pur in presenza degli acquisti di Draghi, i rendimenti sovrani possono aumentare considerevolmente, per quanto non schizzare a livelli di allarme.

In ogni caso, l’unione monetaria assisterebbe a una rinnovata fase di sfiducia, che stavolta potrebbe condurre a esiti economici e politici definitivamente fatidici. (Leggi anche: Il Portogallo rischia davvero di uscire dall’euro?)

 

 

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