Riforme economiche in Sudafrica possibili dopo Zuma, ma per ora che succede?

Il Sudafrica ha un nuovo leader riformatore, ma per la svolta potrebbe dovere attendere il 2019. Nel frattempo, l'economia più grande del continente nero resta in balia del presidente Jacob Zuma.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Sudafrica ha un nuovo leader riformatore, ma per la svolta potrebbe dovere attendere il 2019. Nel frattempo, l'economia più grande del continente nero resta in balia del presidente Jacob Zuma.

Il Sudafrica rimuove la sua più grande incertezza politica, avendo da ieri il nome di colui che molto probabilmente sarà il successore di Jacob Zuma alla presidenza. Cyril Ramaphosa, 65 anni, ha sconfitto clamorosamente la moglie del presidente, Nkosazana Dlamini-Zuma, facendosi eleggere segretario dell’African National Congress (ANC), il partito che fu di Nelson Mandela, con 2.440 delegati a favore contro 2.261 dell’avversaria. L’uomo è tra i neri più ricchi del paese e considerando che l’ANC è di gran lunga il partito più votato in Sudafrica, conquistando regolarmente la maggioranza assoluta dei seggi, sarà con ogni probabilità il prossimo presidente tra 18 mesi, quando si terranno le elezioni per rinnovare il Parlamento e la massima carica dello stato. Ramaphosa è fautore di riforme economiche business-friendly e punterebbe a fare ritornare gli investitori stranieri in un mercato dal quale sono fuggiti sotto Zuma, al potere dal 2009. (Leggi anche: Rand sudafricano in caduta su crisi di governo, anche presidenza a rischio)

Tuttavia, come detto, si tornerà a votare solo a metà del 2019, per cui l’entusiasmo degli investitori necessiterà di un qualche segnale concreto nelle prossime settimane. Il rand si è rafforzato quest’anno del 6,7% contro il dollaro, mentre nelle ultime cinque settimane ha messo a segno un rialzo di ben l’11,4%, dopo avere toccato i minimi dell’anno alla metà di novembre, quando il mercato ha iniziato a scontare la possibile vittoria di Ramaphosa a capo del partito. Giù anche i rendimenti sovrani, con i decennali in calo di quasi 100 punti base all’8,69%. L’indice azionario Ftse/Jse ha guadagnato poco meno del 16%, per quanto nell’ultimo mese abbia perso oltre il 4%.

Svolta immediata o nel 2019?

La domanda che ci si pone è se il nuovo leader dell’ANC sarà in grado di incidere sulle politiche di Zuma nell’ultimo anno e mezzo del suo mandato. Già quest’anno S&P ha declassato i bond sudafricani a “junk” (“spazzatura”) e un nuovo declassamento sotto il livello “investment grade” potrebbe giungere presto ad opera di Moody’s e ai danni dei titoli emessi in valuta locale. Fermare questa china appare poco probabile, a meno che Ramaphosa non imiti proprio Zuma, che nel 2007 sconfisse il presidente Thabo Mbeki, alla ricerca del suo terzo mandato, chiedendogli di lasciare la presidenza con otto mesi di anticipo, cosa che Mbeki fece per disciplina di partito.

Rispetto ad allora, però, vi è una sostanziale differenza: Zuma ha tutto da perdere lasciando la carica, dovendo rispondere di ben 783 accuse, tra cui quelle di corruzione ed estorsioni. Solo se gli fosse concessa l’immunità, potrebbe accettare un simile scenario, oppure sarebbe costretto a dimettersi con un voto di sfiducia dei deputati, avendone superati già diversi negli ultimi anni, di cui uno pochi mesi fa. L’ANC è un partito diviso e in calo di consensi proprio per la pessima gestione dell’economia dimostrata sotto Zuma e difficilmente troverebbe la forza per mandare a casa il proprio presidente, tranne che non prenda coraggio proprio dall’avere un nuovo leader da contrapporre ai candidati avversari. (Leggi anche: Rand sudafricano appeso al voto segreto)

L’unica certezza è che la prima economia africana necessita di un cambio di rotta, essendo cresciuta nell’ultimo decennio di una media di appena il 2,1% all’anno, registrando tassi calanti dal 2013, sfiorando lo zero nel 2016. Il pil è aumentato su base annua dello 0,8% nel terzo trimestre. Cosa ancora più preoccupante è che Zuma, nel tentativo di recuperare il consenso tra la maggioranza nera delusa e frustrata da anni di sostanziale immobilismo, ha evocato politiche alla Mugabe sulla redistribuzione delle terre, i cui esiti nefasti nello Zimbabwe sono sotto gli occhi di tutti. E di recente ha promesso sostegno agli studenti universitari più poveri, cosa che fa temere una politica fiscale lassista in questo rush finale da qui alla fine del mandato, quando già quest’anno il deficit dovrebbe superare il 4% del pil. Ramaphosa dovrà dimostrare di non attendere passivamente che arrivino le elezioni per fare valere la sua agenda, altrimenti la prospettiva più credibile sarà per i prossimi mesi un mix di nuovi declassamenti del rating sovrano e di ulteriori fughe di capitali.

 

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Argomenti: Altre economie, BRICS, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti

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