Politica fuori dalle banche centrali e i governatori scendano dal piedistallo

Banche centrali e politici sembrano avere perso in alcuni casi la bussola dei rispettivi operati. L'obiettivo della stabilità dei prezzi non è percepito come prioritario e l'indipendenza della politica monetaria dalla sfera politica risulta minacciata.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche centrali e politici sembrano avere perso in alcuni casi la bussola dei rispettivi operati. L'obiettivo della stabilità dei prezzi non è percepito come prioritario e l'indipendenza della politica monetaria dalla sfera politica risulta minacciata.

A 10 anni dall’esplosione della crisi finanziaria mondiale, che ha travolto le economie avanzate, i capisaldi su cui era stata impostata la politica monetaria in gran parte del pianeta sembrano essersi di molto affievoliti. La lotta all’inflazione negli anni anni Ottanta del presidente americano Ronald Reagan e della premier britannica Margaret Thatcher aveva spinto i governi a dotare le rispettive banche centrali di maggiore indipendenza dalla sfera politica e persino in Italia, con la legge Andreatta del 1981 sul “divorzio tra Tesoro e Bankitalia”, si è andati in questa direzione. Tutti gli istituti si sono posti un obiettivo di inflazione nel medio termine (“inflation targeting”) e con l’eccezione della Federal Reserve, gli altri principali nel mondo hanno iniziato ad avere la stabilità dei prezzi come unico mandato.

Perché le banche centrali non vogliono alzare i tassi e tagliare gli stimoli

Alla base di questa impostazione vi era e vi è tutt’oggi la consapevolezza che la crescita economica di uno stato richiede prezzi stabili da un lato e politiche fiscali solide dall’altro e che, in ogni caso, i governi per ragioni di consenso non sarebbero in grado di garantire il raggiungimento del primo obiettivo, puntando a vincere le elezioni con tassi quanto più bassi possibili, pur di beneficiare di una crescita del pil nel breve termine anche a discapito di quella nel medio-lungo periodo. Su queste basi è nata la BCE, secondo una teoria monetarista, che è servita effettivamente nell’Occidente a disinflazionare le economie rispetto ai tassi di crescita dei prezzi anche a due cifre dei decenni precedenti.

Ebbene, mai come in questa fase questo ordine è sotto attacco. Da chi? Da grossa parte della politica e degli stessi economisti, tutti frustrati dal rallentamento della crescita del pil nelle rispettive economie, che addebitano proprio alla presunta noncuranza con cui i governatori centrali agirebbero per perseguire i target d’inflazione. Eppure, mai come in questi anni i tassi sono stati ridicolmente bassi negli USA, in Europa e in Giappone. Anzi, mai come in questi anni le banche centrali si sono spinte a intervenire a sostegno dell’economia con stimoli monetari non convenzionali, che ad oggi si sono fermati solo un attimo prima del cosiddetto “helicopter money”. Ma a molti non basta. Vorrebbero che i debiti sovrani crescenti fossero azzerati o tagliati a colpi di acquisti delle banche centrali e dal relativo stralcio delle cedole o persino del capitale. Come non citare la prima bozza in tal senso del programma di Movimento 5 Stelle e Lega a maggio, in cui compariva la richiesta di condono alla BCE di 250 miliardi di euro di BTp acquistati con il “quantitative easing”?

Il caso della Turchia

Paradossalmente, proprio nel momento in cui le principali banche centrali sembrano avere abbondantemente sconfinato dalle loro competenze, allentando le politiche monetarie come mai prima, i governi si mostrano più insoddisfatti che mai del loro operato, chiedendo che le prime facciano di più. E’ l’effetto-assuefazione, tipico di chi, avendo assunto dosi massicce di stupefacenti, chiede di avere diritto a maggiori quantità. I tassi zero o negativi non bastano più, né gli acquisti dei bond sul mercato secondario. In Europa, in particolare, parte del mondo politico si spinge a invocare il finanziamento diretto dei debiti dei governi.

Questo scenario riguarda anche alcune economie emergenti. Il caso più tristemente noto di questi anni è la Turchia, dove la lira turca continua a precipitare sui mercati dei cambi a causa dell’impossibilità della banca centrale di Ankara di agire per tutelare la stabilità dei prezzi, con l’inflazione esplosa al 10,85% in aprile, più del doppio del tasso-obiettivo. Il governatore Murat Cetinkaya ha le mani legate dalle minacce del presidente Recep Tayyip Erdogan, sostenitore dei tassi bassi, nonostante le partite correnti siano fortemente deteriorate, il cambio si deprezzi senza sosta e l’inflazione s’impenni. Nemmeno il recente rialzo dei tassi di ben 300 punti base al 16,50% ha riportato granché la calma, specie dopo che venerdì scorso Erdogan, sotto elezioni, ha invitato i turchi a rimpatriare i capitali dall’estero e a convertirli in lire, facendo temere l’imposizione di controlli sui movimenti finanziari.

Lira turca, non escluso nuovo rialzo dei tassi

Il passo indietro necessario di politici e governatori

La Turchia segue il Brasile di qualche anno nel restare vittima della sfiducia dei mercati. Il paese sudamericano ha vissuto tra il 2014 e il 2016 un tracollo del cambio, l’esplosione dei prezzi e l’entrata dell’economia in recessione per effetto proprio della incapacità della banca centrale di rendersi autonoma rispetto alla sfera politica, mantenendo i tassi stabili e non reagendo al deterioramento delle condizioni macro. Ciò ha innescato un circolo vizioso per la prima economia sudamericana, spezzato solamente con l’aria di impeachment ai danni dell’ex presidente Dilma Rousseff, in effetti rimossa dall’incarico due anni fa.

Se i politici fanno danni, i governatori rischiano anch’essi di strabordare. In pochi beviamo ormai la storia che i tassi siano tenuti ancora così bassi solamente per centrare la stabilità dei prezzi. Appare sempre più palese come il loro operato sia stretto tra la necessità di non provocare sconquassi finanziari dopo anni di politiche monetarie ultra-espansive che hanno alimentato bolle sui mercati e quella di continuare a sostenere l’economia, priva spesso del supporto fiscale in stati già indebitati come l’Italia, i cui margini di manovra appaiono su questo secondo fronte scarsi o inesistenti. Senonché si è perso un po’ di vista l’unico obiettivo a cui le banche centrali sono spesso tenute a centrare: la stabilità dei prezzi. Certo, non che sia in corso una reflazione preoccupante presso le economie avanzate. Tutt’altro. E questo semmai aiuta gli uni e gli altri a pensare di essere nel giusto nell’avanzare posizioni non ortodosse. I danni emergerebbero quando l’inflazione dovesse riaffacciarsi in tutta la sua virulenza dopo anni di assenza. Molte pretese di politici e onnipotenti governatori verranno meno; a quel punto, ciascuno vorrebbe che la palla restasse solo nel campo dell’altro.

Ecco trovata la scusa delle banche centrali per tenere i tassi bassi a lungo

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