Più salari in cambio di produttività, la ricetta di Boccia ha molto strada da fare

Salari più alti con maggiore produttività. L'ovvia ricetta del neo-presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, non è subito alla portata.

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Salari più alti con maggiore produttività. L'ovvia ricetta del neo-presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, non è subito alla portata.

Boccia chiede più produttività per salari più alti Il nuovo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha tenuto un discorso carico di punti programmatici molto importanti ieri all’assemblea dell’organizzazione di Via dell’Astronomia. Tra i temi toccati c’è stato anche quello della crescita dei salari, molto sentito dalle famiglie italiane e che per una coincidenza del destino, proprio ieri l’Istat confermava quanto le retribuzioni orarie crescano molto poco, addirittura, ai livelli più bassi dal 1982. Nel mese di aprile, infatti, i salari sono cresciuti dello 0,6%, il ritmo più basso dall’inizio delle rilevazioni, ovvero da 34 anni a questa parte. La bassa crescita dei salari è preoccupante, specie se protratta, sia per le conseguenze, sia anche perché sintomatiche di una malattia. Se gli stipendi degli italiani restano fermi o si muovono troppo lentamente, i consumi restano poco dinamici e in assenza di una domanda netta positiva e robusta dall’estero, anche la produzione interna ne risente, mantenendosi debole.

Salari più alti con più produttività

E, in effetti, i dati sull’industria (produzione, fatturato, ordini) sono troppo altalenanti di mese in mese, nonostante dallo scorso anno abbiano smesso di arretrare. Un’altra ovvia conseguenza dei redditi stagnanti è la bassa inflazione. Si consideri che negli USA, negli ultimi 6 anni si è registrata una crescita media dei salari americani del 2-2,5%, considerata frustrante per la Federal Reserve, che la considera relativamente bassa e insufficiente a garantire il raggiungimento di un tasso d’inflazione del 2%. Ma salari poco dinamici sono l’espressione di una produttività altrettanto stagnante. Boccia, da neo numero uno degli industriali, ha proposto ai sindacati uno scambio ragionevole: salari più alti, in cambio di maggiore produttività.

E’ una legge economica fondamentale quella che lega le due variabili. Se i salari crescessero al di sopra del tasso di crescita della produttività, si genererebbe solo inflazione.      

Produttività lavoro in Italia si è ridotta negli ultimi anni

I dati dimostrano, ahinoi, che nel biennio 2014-2015, la produttività del lavoro non solo non è cresciuta, ma è persino diminuita. In questo articolo che vi riproponiamo qui (http://www.investireoggi.it/economia/gli-stipendi-italiani-non-cresceranno-lo-dimostrano-questi-dati/page/2/?refresh_ce), scopriamo come il numero degli occupati in Italia sia aumentato nel periodo di oltre 4 volte tanto il pil nominale, segnalando, quindi, come il fattore lavoro impiegato nella produzione sia lievitato di più di 4 volte rispetto a quanto non sia nel frattempo cresciuta la produzione, tenuto conto anche delle variazioni dei prezzi. Da quanto appena detto, ne consegue che non è ipotizzabile nel prossimo futuro un’accelerazione del tasso di crescita dei salari, tranne che non vi sia uno shock positivo sul fronte della produzione. Quando Boccia chiede uno scambio tra salari e produttività, quindi, cosa vuol dire? In primis, che i lavoratori dovrebbero essere disposti a lavorare di più e/o più intensamente. Ma la produttività non dipende solo dal lavoro, quanto anche dal capitale impiegato nella produzione. Un macchinario nuovo, ad esempio, potrebbe aumentare la resa di una singola ora di lavoro, rendendo per l’impresa possibile offrire un salario maggiore. Dunque, servono anche più investimenti, che in era di tassi zero diventano molto allettanti. Peccato, però, che la disponibilità di un’ampia manodopera disponibile e relativamente a basso costo scalfisce tale convenienza, spingendo molte imprese ad assumere qualche impiegato in più – cosa accaduta con il Jobs Act – anziché investire nel capitale fisico. Lo stato potrebbe, a questo punto, fare la sua parte per sbloccare l’impasse. Come? Detassando il lavoro, tagliando le aliquote Irpef, riducendo i contributi previdenziali e la progressività delle imposte sui redditi, incentivando così i lavoratori a lavorare di più e allo stesso tempo aumentando i loro stipendi.

 

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