Più investimenti e meno dipendenti pubblici per rilanciare l’economia italiana

La crescita dell'economia italiana passa da un aumento degli investimenti pubblici e una riduzione del numero dei dipendenti della P.A., oltre che dal taglio delle tasse. Lo dicono i moltiplicatori fiscali.

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La crescita dell'economia italiana passa da un aumento degli investimenti pubblici e una riduzione del numero dei dipendenti della P.A., oltre che dal taglio delle tasse. Lo dicono i moltiplicatori fiscali.

Quota 100 sulle pensioni e reddito di cittadinanza sono entrati in vigore da poche settimane, per cui non hanno fatto in tempo a dispiegare i loro effetti nel primo trimestre, quando eppure il pil italiano è riuscito a crescere, mettendosi alle spalle la recessione “tecnica” del semestre precedente. Non aspettiamoci, però, grossi risultati d’impatto per la nostra economia dalle due misure.

I tecnici dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), nell’analizzare la legge di Stabilità, ne avevano stimato in un magro 0,34 il moltiplicatore fiscale. Considerando che insieme valgono per quest’anno 8,5 miliardi (a regime, poco meno di 11,5 miliardi dal 2020), dovremmo attenderci una variazione positiva del pil, ceteris paribus, inferiore ai 3 miliardi, pari a qualcosa come lo 0,17%. In parole povere, se l’Italia tendenzialmente quest’anno crescesse attorno allo zero, queste due misure stimolerebbero il pil nel migliore dei casi, ossia immaginando un effetto nullo del caro spread, di meno di due decimi di punto percentuale. E dire che sono state varate in deficit, ossia senza tagliare voci di spesa o alzare le tasse.

Pil, investimenti e occupazione: i buchi neri dell’economia italiana negli ultimi 10 anni 

La spesa in deficit, però, è una misura straordinaria di politica fiscale e quando se ne abusa, i mercati finanziari prendono nota e si regolano con i rendimenti. Dunque, qualsiasi politica, a saldi di bilancio invariati, necessita o di un taglio alla spesa pubblica e/o di un innalzamento delle imposte. Tuttavia, se l’obiettivo è anche di favorire la crescita economica, impattando favorevolmente su consumi, investimenti, etc., bisogna fare bene i conti, altrimenti si rischia il classico buco nell’acqua.

I suddetti moltiplicatori fiscali ci aiutano proprio a capire quali voci rendano di più, a tal fine. Complessivamente, si stima che il moltiplicatore fiscale italiano sia intorno a 1,30, cioè che se tagli 1 euro di spesa o alzi 1 euro di tasse, il pil diminuisce di 1,30 euro. Viceversa, se aumenti 1 euro di spesa o abbassi di 1 euro le tasse. Ma si tratta di un dato generico, che va scomposto in tante sotto-voci.

Ad esempio, data l’alta pressione fiscale, si calcola che il moltiplicatore sia ben più alto per le variazioni delle imposte, cioè che tagliare le tasse esiti un aumento maggiore del pil, così come alzarle lo colpisca di più. E nemmeno tutta la spesa pubblica sarebbe uguale. Gli stessi dati dell’UPB hanno stimato un moltiplicatore dello 0,96% per il pubblico impiego e uno di 1,344 per gli investimenti pubblici.

Più investimenti e meno stipendi pubblici

Questo implica che abbassare la spesa per il pubblico impiego in Italia comporti un calo del pil meno che proporzionale, mentre aumentare gli investimenti pubblici aumenterebbe la ricchezza annua prodotta in misura nettamente superiore. Supponiamo che il governo riuscisse nel miracolo (sappiamo quanto sia elettoralmente complicato!) di tagliare la spesa dedicata allo stipendificio pubblico di 10 miliardi, pari allo 0,6% del pil, spostandola tutta a favore degli investimenti. Il pil subirebbe da un lato un calo di 9,6 miliardi, ma dall’altro crescerebbe di 13,4 miliardi. Al netto, si otterrebbe un aumento di 3,8 miliardi, circa lo 0,2% del pil e un miglioramento dei conti pubblici di quasi lo 0,1%. Dunque, maggiore crescita e in prospettiva minori disavanzi fiscali, visto che gli investimenti sono un capitolo di spesa in conto capitale, mentre gli stipendi sono spesa corrente, ossia strutturale.

E se si tagliassero le tasse e s’investisse in deficit? Opzione da escludere per più di una ragione. Anzitutto, perché i mercati non ce lo consentirebbero con un debito già al 133% del pil. Secondariamente, il taglio delle tasse senza coperture rischia di non essere percepito credibile e sostenibile dagli stessi beneficiari, siano essi famiglie o imprese, con il risultato che non si tradurrebbe nell’aumento sperato dei consumi, degli investimenti privati e della produzione. Infine, creare debiti per vivacizzare l’economia equivale a rinviare i problemi al futuro, quando dovranno pagarsi più interessi, assorbendo maggiori risorse pubbliche, da coprire con maggiori entrate o minori spese. Semmai, con la Commissione UE si potrebbe concordare uno sfasamento temporale tra misure fiscalmente espansive e coperture, attraverso l’impegno di varare riforme strutturali pluriennali, che vadano nella direzione di abbassare stabilmente il peso della P.

A. sui bilanci e di riqualificare la spesa a favore degli investimenti, a beneficio della crescita, delle entrate e della sostenibilità del debito pubblico.

La recessione in Italia già c’è, serve solo il taglio delle tasse

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