Più investimenti e calo del debito sostenibile, cambiano le parole d’ordine in Europa

L'Europa ora parla di "calo del debito sostenibile" e di "maggiori investimenti" a sostegno della crescita. L'aria è cambiata a Bruxelles.

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Calo del debito sostenibile e investimenti pro-crescita

Nel giorno dello scontro tra Polonia e Commissione europea su quale diritto debba prevalere sull’altro, le parole del vice-presidente Valdis Dombrovskis sono state di estrema importanza per fiutare l’aria che tira a Bruxelles in questa fase. Anche perché sono arrivate nelle stesse ore in cui il governatore centrale della Bundesbank, Jens Weidmann, ha comunicato le sue dimissioni dopo 10 anni e mezzo di mandato.

Il nome non dirà nulla ai più, ma Dombrovskis non è un politico secondario nell’Unione Europea. E’ stato premier della Lettonia dal 2009 al 2014, anno in cui è nominato numero due della Commissione dall’allora presidente Jean-Claude Juncker. Carica, che mantiene a tuttora nella sua qualità di super vigilante dei conti pubblici europei.

In questi anni, Dombrovskis ha fatto sponda alla Germania sul tema del rigore fiscale. Egli è un forte sostenitore del Patto di stabilità, che anche nella giornata di mercoledì ha difeso. “Dal mio punto di vista non c’è alcuna necessità di cambiarlo”, ha spiegato, notando come esso abbia garantito sufficiente flessibilità, tant’è che in pandemia i governi hanno potuto varare maxi-stimoli fiscali a sostegno delle rispettive economie. Tutto vero, se non fosse che ciò sia stato possibile proprio grazie alla sospensione del Patto di stabilità. Come dire che una regola funziona perché all’occorrenza può non essere rispettata.

Calo del debito e austerità “espansiva”?

Ad ogni modo, Dombrovskis non si è limitato a una difesa sterile del Patto di stabilità. Anzi, egli ha chiarito che in futuro servirà trovare il modo di tendere a un calo del debito “sostenibile”, ovvero compatibile con la crescita economica. E ha posto l’accento sulla necessità di fare più investimenti, specie per guidare la transizione ecologica.

Certo, ha anche affermato che gli stati molto indebitati debbano risanare i conti pubblici per disporre di maggiori margini per reagire a futuri shock. Comunque sia, il suo è stato un discorso equilibrato, che va nel senso di porre l’accento su una politica fiscale al contempo solida e di sostegno alla crescita.

Chiaramente, da solo Dombrovskis vale in Europa quanto il due di coppe quando la briscola è di denari. Ma egli interpreta una recita a soggetto. E il copione sta cambiando, per quanto quello nuovo non sia del tutto pronto. Non solo la pandemia ha stravolto le priorità dei governi dell’Eurozona, ma anche l’esito a sorpresa delle elezioni federali tedesche ha mutato gli scenari. Ursula von der Leyen, braccio destro della cancelliera uscente Angela Merkel, non rappresenterà più i nuovi equilibri politici a Berlino, dove quasi certamente sarà il socialdemocratico Olaf Scholz a guidare il prossimo governo, alleato di Verdi e liberali.

La Germania sarà nei prossimi anni più concentrata su temi come sostenibilità ambientale, crescita e innovazione, che non sull’austerità fiscale. Dombrovskis sta già riflettendo il nuovo corso. Non difende più a spada tratta l’impianto del Patto di stabilità, se non per dire che resta valido con tutta la flessibilità che garantirebbe. A Bruxelles tira aria di rimpasto. E se non fosse premier (prossimo presidente della Repubblica?), la figura di Mario Draghi sarebbe perfetta per una sostituzione in corsa della presidente tedesca, non granché amata negli stessi ambienti europei. Non immaginiamo che si passerà dall’austerità allo spandi e spendi fiscale. Ma l’attenzione alla crescita sarà molto maggiore che in passato, anche perché è la Francia di Emmanuel Macron a chiederlo da tempo.

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