Più deficit pubblico in cambio di riforme? L’Europa ci dirà di no

Anche il segretario del PD chiede una deroga al tetto del 3% di deficit sul pil, ma sarà impossibile ottenerla in cambio di riforme.

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Si riapre l’annosa questione sul tetto al deficit pubblico, imposto al 3% massimo dal Patto di Stabilità e sul cui rispetto vigila la Commissione europea di Bruxelles. Il segretario del PD, Matteo Renzi, qualche giorno fa ha espresso la convinzione che il tetto possa essere sforato, perché risale a 20 anni fa e oggi non avrebbe molto senso.

L’idea, non solo di Renzi, a dire il vero, sarebbe di andare a Bruxelles e di chiedere una deroga temporanea, in cambio di riforme. Peccato che ci abbiano provato tutti i governi degli ultimi 15 anni, ottenendo sempre lo stesso risultato: il no della Commissione.

 

Deroga deficit impossibile

Anche in una delle due recenti visite in Italia, il commissario agli Affari monetari, Olli Rehn, ha chiarito che all’Italia non è stata e né sarà concessa una deroga al Patto, in quanto ha un debito pubblico molto al di sopra della media europea. Alla Francia, ad esempio, è stato consentito un lasso di tempo maggiore per tornare sotto al 3%, cosa che presumibilmente non sarà in grado di fare né quest’anno, né forse l’anno prossimo.

In passato, proposte simili erano arrivate dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, così come lo stesso padre dell’euro in Italia, Romano Prodi, aveva definito “stupido” il Patto. Per non parlare del governo Letta, che sperava in un clima più clemente in Europa, ma è andato a sbattere, addirittura, contro la bocciatura della versione precedente della legge di stabilità, in quanto non è stato consentito all’Italia di utilizzare tre miliardi in più per gli investimenti, pur restando al di sotto del 3% di deficit sul pil nel 2014.

 

La regola del 3% del Patto

Per quanto possa sembrare assurdo, il Patto mira, infatti, a stabilizzare nel peggiore dei casi il rapporto tra debito e pil, visto che bisogna tendere al 60% nel medio-lungo periodo.

Ora la regola del 3% aveva un senso nel 1992, quando fu prevista come uno dei cinque criteri per entrare nell’euro. Con una crescita media annua nominale del 5% circa (2% di inflazione, 2% di crescita reale e mezzo punto circa di aumento della velocità di circolazione della moneta), un deficit massimo del 3% avrebbe stabilizzato il rapporto debito/pil. 

Rispetto, però, a 20 anni fa, le prospettive di crescita sono ben lontane dal 2-2,5% e questo vale anche per paesi come la Germania. Pertanto, per stabilizzare il rapporto tra debito e pil è necessario mediamente avere un tetto al deficit ancora più basso che in passato, altro che concessioni.

Il malinteso sta nella considerazione della regola del 3%: per l’Europa è intesa come il margine massimo consentito per non fare innalzare ancora di più il debito, in Italia ci raccontiamo che un pò di deficit in più stimolerebbe la crescita e che in tempi magri bisognerebbe alzare il tetto. Esattamente l’opposto della logica insita nel Patto.

Né vale per il nostro governo il fatto che anche Germania e Francia sforarono agli inizi del Duemila, sotto la regia compiacente dell’Italia, allora presidente di turno della UE. Berlino ha approfittato della deroga per fare le riforme e in ogni caso vi erano attese di crescita in Europa maggiori di oggi. La Francia si è comportata all’italiana, invece. In ogni caso, scordiamoci che a Bruxelles ascolteranno le nostre lagne. Anche perché il nostro paese vanta una credibilità inesistente. Chi crederà che faremo le riforme, quando il governo potrebbe cadere da un giorno all’altro?

 

 

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