Conti senza l’oste: Renzi ha trovato 150 miliardi per tagliare le tasse

Matteo Renzi vuole tagliare le tasse in deficit per 30 miliardi all'anno e annuncia la lotta del PD contro il Fiscal Compact.

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Matteo Renzi vuole tagliare le tasse in deficit per 30 miliardi all'anno e annuncia la lotta del PD contro il Fiscal Compact.

Deficit pubblico al 2,9% per 5 anni. E’ il “nuovo” manifesto di Matteo Renzi, il segretario del PD sempre più isolato politicamente, che nel tentativo di riguadagnare il terreno perduto, in pochi giorni ha lanciato due sassi pesanti nello stagno del dibattito nostrano: “aiutare gli immigrati a casa loro” e crescere a debito, appunto. Se il primo slogan appare una scopiazzatura mal riuscita di circa un ventennio di proclami leghisti, di interesse è la sua proposta di generare crescita economica con l’aumento del deficit. In quello che possiamo considerare il manifesto della sua prossima campagna elettorale, il segretario democratico ritiene che l’Italia dovrebbe battersi contro il Fiscal Compact, l’insieme di regole sottoscritte dall’Italia nel 2012 sotto il governo Monti e sostenute quasi all’unanimità dal Parlamento di allora, con le sole opposizioni di Lega Nord e Italia dei Valori. (Leggi anche: Caos PD, Prodi invoca Corbyn per abbattere Renzi da sinistra)

Il Fiscal Compact imporrebbe agli stati di tagliare per venti anni il rapporto debito/pil del 5% all’anno per la parte superiore al 60%. Ciò richiede il raggiungimento, anzitutto, del pareggio di bilancio, senza il quale diventa pressoché irrealistico per l’Italia ipotizzare di centrare l’obiettivo, a meno di non immaginare un’altrettanto irrealistica crescita nominale del pil.

Secondo Renzi, se l’Italia si limitasse a rispettare il tetto massimo del deficit previsto dal Trattato di Maastricht (un manifesto diventato “progressista”, sostiene), il governo avrebbe a disposizione una trentina di miliardi all’anno, che il segretario dem ritiene debba essere utilizzata solamente per tagliare le tasse, rilanciando così la crescita. E anticipa la possibile obiezione di chi potrebbe rimproverargli di non averlo fatto quando era premier: “non potevamo permettercelo, la parola d’ordine era reputazione”.

Meno tasse a debito: il mondo fantasioso di Renzi

Nel mondo fantastico renziano, quindi, l’Italia avrebbe a disposizione risorse per 150 miliardi in 5 anni, una cifra corrispondente attualmente a circa 9 punti di pil. In pratica, l’ex premier vorrebbe tornare al governo, vincendo le elezioni su un programma economico di deficit spending, quando il nostro debito è già al 133% del pil e si tiene a galla solo grazie ai tassi azzerati dalla BCE di Mario Draghi, che ha sostanzialmente annullato il costo di rifinanziamento a carico del Tesoro. Vi immaginate se ci presentassimo in Europa e sui mercati a chiedere di fare salire il debito a oltre il 140% del pil? Sarebbe la festa dello spread.

Continuando nella dissertazione dell’immaginifico mondo di Matteo, scopriamo che per il segretario dell’unico partito di centro-sinistra rimasto in piedi in Italia, le tasse si dovrebbero tagliare in deficit. Non che sia una vera novità, considerando che ha finanziato la politica dei bonus fiscali proprio a debito, a partire dai famosi 80 euro in busta paga, ma è allarmante apprendere che il leader del PD avrebbe oggi in mente di andare a fare campagna elettorale, promettendo agli italiani più debiti per crescere, come se l’Italia avesse oggi un problema di bassa spesa pubblica. (Leggi anche: Debito pubblico, austerità vera arriva con aumento tassi)

Con aumento tassi rischiamo stangata fiscale

L’allarme diventa ancora più rosso, se si pensa che nei prossimi anni l’Italia avrebbe un problema di copertura dei disavanzi, a causa della fine attesa degli stimoli monetari, che farà lievitare il costo di rifinanziamento del debito, potenzialmente proprio di quella trentina di miliardi di cui parla Renzi. E’ già abbastanza complicato ipotizzare una gestione del bilancio con condizioni esterne meno positive, figuriamoci se a Palazzo Chigi ci fosse un premier spendaccione, che scialacquerebbe quella scarsissima residua credibilità dell’Italia in Europa e sui mercati finanziari.

Non pretendiamo, infine, che l’ex premier abbia conoscenza dell’“equivalenza ricardiana“, secondo la quale una politica fiscale espansiva finanziata in deficit non stimolerebbe i consumi, dato che i contribuenti sconterebbe un aumento delle tasse future (+ debito oggi = + tasse domani).

Sarebbe troppo che Renzi avesse una cultura economica approfondita, più opportuno che prendesse meno in giro gli italiani. Certo, non si può immaginare che il suo PD tagli realisticamente un solo euro di spesa pubblica per ridurre le tasse. L’ideologia c’entra poco, il consenso fin troppo. Non sappiamo nemmeno come dovremmo affrontare i prossimi anni sul piano della disciplina dei conti pubblici e un politico deciso a risalire la china dei sondaggi con la promessa di più debiti sarebbe l’ultima disgrazia di cui avremmo bisogno. (Leggi anche: Equivalenza ricardiana e credibilità governi d’obbligo per tagliare le tasse)

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