Pil Italia a -17,3% annuo, torniamo ai livelli di ricchezza del 1995

Crollo senza precedenti per l'economia italiana nel secondo trimestre, pur minore delle attese. Peggio hanno fatto Francia e Spagna. Ieri, i dati negativi anche di Germania e USA. La ripresa sarà lunga e tortuosa.

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Crollo senza precedenti per l'economia italiana nel secondo trimestre, pur minore delle attese. Peggio hanno fatto Francia e Spagna. Ieri, i dati negativi anche di Germania e USA. La ripresa sarà lunga e tortuosa.

Il prodotto interno lordo dell’Italia è crollato del 12,4% nel secondo trimestre rispetto ai primi tre mesi dell’anno e del 17,3% su base annua. Si tratta del dato peggiore dall’inizio delle rilevazioni storiche dell’ISTAT. A dire il vero, ci si aspettava pure peggio. L’Ufficio Studi di Unicredit paventava un -18% e il consensus degli analisti si attestava al -15,5%. Ciò nulla toglie alla drammaticità delle cifre pubblicate oggi dall’istituto di statistica, in base alle quali il pil reale, vale a dire scorporando l’inflazione, si è portato ai livelli del 1995, ben 25 anni fa.

Ieri, il dato scioccante degli USA, con il pil a -32,9% su base trimestrale, pur meglio delle attese che erano per un crollo in area 34%. Peggio del previsto la Germania, dove si è registrato un pesante -10,1%. Ma i dati che stanno allarmando forse più di tutti sono quelli di Francia e Spagna: la prima segna -13,8%, la seconda -18,5%.

La variazione acquisita per l’Italia nel 2020 è del -14,3%. Questo significa che se il pil non variasse nel terzo e nel quarto trimestre, la caduta sarebbe di tale entità nell’intero anno.

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Ci si aspetta che almeno su base congiunturale si inizi a intravedere un minimo di ripresa un po’ ovunque in Europa, sebbene l’aumento del numero dei contagi, particolarmente accentuato in Spagna, faccia temere l’imposizione di nuove restrizioni, se non di “lockdown” locali e mirati. Sarebbe un colpo molto duro a economie già stremate da mesi di chiusura delle attività, dal crollo della mobilità e dal conseguente calo dei redditi.

Problema saranno i tempi della ripresa

Concentrandoci sull’economia italiana, il vero problema non è per noi l’entità del crollo, sostanzialmente nella media delle grandi economie europee, quanto la velocità con cui ce lo metteremo alle spalle. L’Italia si affacciava al 2020 con oltre 4 punti percentuali di pil da recuperare rispetto al lontano 2007, l’anno che precedette la grave crisi finanziaria mondiale, da noi replicata nel triennio 2011-2014. E siamo l’unico caso al mondo per una grande economia a non avere ancora recuperato le perdite della precedente crisi.

Il rimbalzo probabilmente ci sarà già entro l’anno, ma non andrà confuso con la ripresa. Quest’ultima implica il recupero dei livelli di ricchezza perduti, che un po’ tutta Europa prevede ci sarà non prima del 2022, sempre che non si presentino ulteriori intoppi. Ai tassi di crescita pre-Covid, potremmo dover attendere anche 4-5 anni prima di tornare al pil reale di fine 2019, perché dopo il rimbalzo non esiste ad oggi alcuna ragione per credere che il ritmo di crescita della nostra economia acceleri. Anzi, parte del sistema imprenditoriale ha già dovuto chiudere battenti definitivamente, altri negozi, stabilimenti, alberghi e uffici seguiranno nei prossimi mesi, quando il calo dei redditi si tradurrà in un calo di domanda strutturale per svariati servizi e beni.

Un minimo sollievo arriverebbe con il “Recovery Fund”, che tra sovvenzioni e prestiti staccherebbe per l’Italia fino a circa 210 miliardi di euro. Peccato che i primi aiuti dovrebbero vedersi solo tra poco meno di un anno, quando la crisi avrà mietuto parecchie vittime nel Bel Paese. Del resto, dopo il 2007 non ci siamo mostrati in grado di mantenere i livelli di produzione industriale, segno che parte del capitale fisso sia stato intaccato per sempre. L’unico vero sostegno alla nostra economia è già arrivato dalla BCE con un accomodamento monetario senza precedenti, lo stesso che sta consentendoci di indebitarci a costi bassi per sopperire al crollo del gettito fiscale e per finanziare le misure di spesa a tutela dei redditi.

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