Brexit, modello Norvegia per Londra? Ma il mercato comune non sarà gratis

La Brexit spingerà Londra verso il modello norvegese? Le cose non sembrano così semplici.

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La Brexit spingerà Londra verso il modello norvegese? Le cose non sembrano così semplici.

Si annuncia duro il negoziato tra Bruxelles e Londra, dopo che il Regno Unito ha votato a maggioranza al referendum di una settimana fa per uscire dalla UE. La Commissione europea e i leader di Francia e Germania chiedono al governo britannico di non perdere tempo e di avviare subito le carte del divorzio, attivando la clausola contenuta nell’art.

50 del Trattato europeo. E’, invece, probabile che tale richiesta non avvenga prima di ottobre, quando il premier David Cameron lascerà Downing Street per cedere il posto probabilmente all’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, vincitore del confronto interno ai Tories.

In un discorso al Bundestag, la cancelliera Angela Merkel ha assicurato pochi giorni fa i deputati tedeschi che si accerterà dell’assenza di “privilegi” per i britannici. Che significa? Berlino ha una posizione chiara: avete voluto uscire dalla UE? Bene, allora avete perso l’accesso al mercato comune.

Modello norvegese per Londra?

Questa posizione appare teoricamente logica, perché presuppone la perdita dei benefici, legata a quella dei costi e dei doveri di uno stato membro della UE. Inoltre, mette con le spalle al muro anche altri paesi europei, che eventualmente decidessero di lasciare le istituzioni comunitarie, disincentivandoli dal compiere colpi di testa. Ma come vi abbiamo dimostrato in un articolo di ieri (leggi qui: https://www.investireoggi.it/economia/brexit-export-rischio-100-mld-le-grandi-ue-vendetta-londra-unidiozia/), è interesse, anzitutto, nostro che siano salvati i rapporti commerciali con il Regno Unito, dato che le prime cinque economie europee esportano a Londra beni e servizi per 100 miliardi in più di quanti ne importino.

E come si fa a mantenere l’accesso al mercato unico, se si lascia la UE? In questi giorni, la mente di molti è rivolta alla Norvegia. Il paese scandinavo, considerato un paradiso in Terra per il benessere di cui gode la sua popolazione, non fa parte della UE. Anzi, per due volte l’adesione è stata respinta alle urne da altrettanti referendum. Ma Oslo è legata al mercato comune da due trattati, la European Economic Area (EEA) e la European Free Trade Association (EFTA).

 

 

I capisaldi del modello norvegese

Grazie a questi accordi intergovernativi, l’economia norvegese è pienamente integrata nella UE, pur non facendone parte. Può esportare liberamente in essa, così come accetta l’ingresso di merci, servizi e lavoratori europei. Il punto delicato è proprio questo: l’accesso dei norvegesi al mercato comune europeo si fonda sulla loro accettazione del libero movimento di merci, servizi, capitali e persone.

Londra, però, ha indetto il referendum sulla Brexit proprio per reazione alla politica di libera circolazione dei cittadini europei, tanto che nel febbraio scorso aveva ottenuto da Bruxelles una deroga, conquistandosi il diritto di limitare ai lavoratori del resto della UE per i primi anni dal loro ingresso nel paese l’assistenza sociale. I vincitori del referendum, Johnson in testa, difficilmente potrebbero spiegare ai loro cittadini che il Regno Unit è uscito dalla UE, salvo dovere accettare ugualmente la libera circolazione dei lavoratori, in cambio del mantenimento dell’accesso al mercato comune.

E il modello svizzero?

E gli stessi norvegesi non sembrano convinti dei benefici così netti degli accordi sopra citati, ritenendoli costosi e senza che essi abbiano il diritto di parola sulle materie in oggetto, consentito ai membri UE. Dell’EFTA fanno parte anche altri paesi: Liechtenstein, Islanda e Svizzera.

Per Londra si affaccia allora un altro modello, quello svizzero. Contrariamente alla Norvegia, l’accesso al mercato comune da parte del paese alpino non è completo, ma anche Berna ha dovuto accettare grosso modo la libera circolazione dei lavoratori, sebbene ciò sia stata messa in discussione da un referendum del 2014, che qualche tensione ha creato con Bruxelles.

 

 

 

Libera circolazione lavoratori richiesta comunque

La peculiarità svizzera in tema di finanza ha impedito al paese di ottenere una piena integrazione su questo piano. Ad ogni modo, anche la Svizzera partecipa ai costi della UE con 460 milioni di euro all’anno per il finanziamento di programmi come Schengen e Horizon 2020. Si consideri, poi, che per giungere a un tale grado di integrazione con la UE, il governo elvetico ha intavolato trattative su 18 materie con Bruxelles, che sono durate per una decina di anni, un lasso di tempo, che se replicato con Londra frustrerebbe le ambizioni dei britannici di restare ancorati all’economia europea con un accordo immediato.

Comunque la si giri, se i britannici vorranno esportare liberamente nella UE dovranno anche assumersi gli obblighi correlati, ovvero l’accettazione piena dei lavoratori europei nel loro paese. Minore sarà tale propensione, più alte saranno le limitazioni all’accesso al mercato comune. I pasti gratis non esistono e la Germania non è intenzionata a regalare nulla a Londra.

 

 

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