Piano MPS, Morelli in bilico e il pasticcio di Renzi-Padoan è legato al referendum

Il piano MPS è tutto in forse, a partire dai numeri. Mentre la posizione dell'ad Marco Morelli si fa difficile, avanza l'ipotesi Saccomanni alla presidenza, già uomo di Enrico Letta al governo. Una scelta per il dopo referendum?

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Il piano MPS è tutto in forse, a partire dai numeri. Mentre la posizione dell'ad Marco Morelli si fa difficile, avanza l'ipotesi Saccomanni alla presidenza, già uomo di Enrico Letta al governo. Una scelta per il dopo referendum?

Il piano di messa in sicurezza di MPS si fa sempre più ingarbugliato, “opaco” per utilizzare un termine dell’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. I numeri della complessa operazione finanziaria guidata dal fondo USA, JP Morgan, non quadrano e adesso c’è anche una questione non meno seria e dirompente, ossia la nomina del nuovo ad Marco Morelli, che stando allo scoop de Il Fatto Quotidiano, non godrebbe dei requisiti di “onorabilità e indipendenza”, richiesti ai manager bancari dal Testo Unico Bancario.

L’uomo risulta, infatti, sanzionato per oltre 200.000 euro nel 2013, in relazione all’aumento riservato del 2009 da 950 milioni, che MPS aveva esercitato in favore, manco farlo apposta, di JP Morgan.

La nomina di Morelli dovrà essere ratificata dal cda il prossimo 14 ottobre, ma qui si apre il giallo: come faranno i consiglieri di amministrazione ad avallare una scelta del Tesoro, azionista al 4%, priva dei requisiti basilari? E come farà il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, lo stesso che comminò la sanzione tre anni fa, a chiudere gli occhi dinnanzi a questo “vulnus”, esponendo non solo Siena, ma sé stesso e Palazzo Koch alle reprimende nazionali e internazionali? (Leggi anche: Crisi MPS, veleni su Morelli mettono a rischio salvataggio)

[tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Pasticcio su #MPS del #governoRenzi, rischia #Morelli[/tweet_box]

Morelli rischia con referendum

Rispondendo alla domanda di un giornalista, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si è detto “non preoccupato” della vicenda, ma è evidente che si tratti di una dichiarazione formale, perché di preoccupazione ce n’è ogni giorno in più sulla crisi di MPS.

Morelli è espressione del primo azionista della banca, il Tesoro, che al momento è l’unico obbligato a metterci la faccia, per quanto cerchi di minimizzare il caso. Cosa accadrebbe, qualora dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo vi fosse un cambio di governo? Mutando l’azionista, potrebbe non restare più nessuno in Viale XX Settembre a tutelare la posizione poco difendibile del manager, anche perché è assai probabile che una vittoria del “no” allontanerebbe ulteriormente i capitali stranieri da Siena, rendendo pressoché impossibile nel breve termine un salvataggio ad opera del mercato.

A quel punto, non basterebbe nemmeno una gestione ineccepibile per ripristinare la fiducia perduta tra gli investitori, figuriamoci una MPS nelle mani di un Morelli in balia dei giudizi della Vigilanza e di eventuali ricorsi di azionisti contro la sua nomina. (Leggi anche: MPS e referendum intrecciati)

 

 

 

I numeri del piano MPS non tornano

Come se non bastasse, sono i numeri a non quadrare in questa complicata operazione finanziaria architettata da JP Morgan, ma che di giorno in giorno si rivela sempre più velleitaria e oggetto di scontro tra lo stesso fondo americano e Atlante, partecipato da una sessantina di istituzioni finanziarie italiane, tra cui big bancari come Intesa-Sanpaolo e Unicredit.

In estrema sintesi, lo schema sarebbe questo: MPS cede crediti deteriorati per un importo lordo di 27,7 miliardi al prezzo complessivo di 9,2 miliardi, cioè a un terzo del valore originario. A fronte di questa cessione, la banca senese otterrebbe liquidità per 7,6 miliardi, di cui 1,6 miliardi erogati da Atlante e i restanti 6 miliardi attraverso un prestito-ponte di JP Morgan.

JP Morgan stessa dubita del salvataggio

E già qui troviamo almeno due incongruenze: la prima è che mancano all’appello 1,6 miliardi per arrivare ai 9,2 attesi dalla vendita degli Npl. In teoria, sappiamo che questo importo sarebbe raccolto dalla banca, assegnando agli azionisti la porzione dei crediti più rischiosa, le cosiddette sofferenze. Sì, ma in che modo pensa di ottenere cash? Nessuno ad oggi lo avrebbe compreso, tant’è che nessuno vi scrive alcunché sul punto.

Secondo problema: JP Morgan non intende sganciare 6 miliardi per il prestito, bensì 5. In più, punta o ad accorciare i tempi del finanziamento (si parla di soli 6 mesi) o a ottenere un tasso di interesse maggiore. Ora, se il fondo americano sborsa un miliardo in meno, se ne deduce che Atlante dovrebbe pagare un miliardo in più, cosa che non sarebbe possibile, stando alla sua dotazione di capitale disponibile.

In più, se persino l’architetto dubita della sua costruzione, di cosa vogliamo discutere? (Leggi anche: Salvataggio MPS, ecco i numeri che non convincono)

 

 

 

Difficile il maxi-aumento MPS

E ancora: acquistare questi crediti deteriorati a 9,2 miliardi su 27,7 lordi implica che la cessione dovrà avvenire a un prezzo medio del 33%, mentre JP Morgan parla del 18% e Atlante del 27%.

Infine, la cessione dei crediti a rischio crea perdite per 5 miliardi a carico di MPS, che dovranno essere colmate con un aumento di capitale di pari importo. Nessuno – dicasi, nessuno – crede oggi che Siena sia nelle condizioni di chiedere al mercato una simile liquidità, pari a 10 volte il suo valore attuale in borsa. Dunque, si punta almeno a dimezzare la ricapitalizzazione cash, spingendo gli obbligazionisti subordinati (istituzionali e retail), in possesso di circa 5,4 miliardi di bond, a convertirli in azioni a un tasso agevolato. Tuttavia, non è detto che l’operazione riesca, perché si tramuterà certamente in una perdita immediata per i creditori, tale da poter essere definita una sorta di bail-in mascherato. (Leggi anche: Obbligazioni subordinate MPS, occhio alla truffa)

Piano Passera ancora esiste

Per questo, si studiano sottotraccia alternative al piano JP Morgan, come quella del piano di Corrado Passera, che insieme al Fondo Warburg Pincus punterebbe a una ricapitalizzazione intorno ai 2,5 miliardi, oltre che a una conversione volontaria delle obbligazioni subordinate. Ulteriori dettagli non sono disponibili nemmeno in questo caso, ma almeno si evincerebbe una minore complessità dell’operazione proposta dall’ex ad di Intesa e già ministro del governo Monti.

Nel frattempo, si apprende che l’ex direttore generale di Bankitalia e già ministro dell’Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, sarebbe in corsa per la presidenza di MPS, dopo le dimissioni di Massimo Tononi. Anch’egli sarebbe, quindi, espressione del Tesoro-azionista. Viene il dubbio che la sua nomina sia una sorta di ponte per il dopo-referendum, nel caso a Palazzo Chigi non vi fosse più Matteo Renzi. Saccomanni è stato il predecessore di Padoan, rimosso dall’incarico di ministro con l’arrivo al governo dell’attuale premier.

Avrebbe forse le credenziali politiche adatte per intrattenere rapporti migliori con una compagine governativa de-renzizzata. (Leggi anche: Saccomanni verso la presidenza, il mercato ci crede)

 

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