Petrolio verso i 60 dollari, già ai minimi da Natale e gli USA segnano nuovi record

Il petrolio continua a scivolare con le quotazioni a tendere verso i 60 dollari. Pesa il boom delle estrazioni negli USA. Il ripiegamento potrebbe avere effetti sui mercati finanziari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio continua a scivolare con le quotazioni a tendere verso i 60 dollari. Pesa il boom delle estrazioni negli USA. Il ripiegamento potrebbe avere effetti sui mercati finanziari.

Sesta seduta negativa per il mercato del petrolio, le cui quotazioni stanno dirigendosi verso i 60 dollari, dopo avere toccato i 71 dollari al barile a gennaio, poco più di un paio di settimane fa. Rispetto ai massimi, il Brent perde quasi il 9% e arretra a 64,53 dollari nella tarda mattinata di oggi, il Wti americano scivola dell’8,3% a 60,66 dollari. Per il primo, si tratta dei livelli più bassi dal Natale scorso, per il secondo da inizio anno. Il ripiegamento ha a che fare con i timori per il boom della produzione negli USA, che la settimana scorsa è salita a 10,25 milioni di barili al giorno, crescendo di quasi mezzo milione quest’anno (+4,8%). (Leggi anche: Petrolio scende dai massimi e deve fare i conti con l’America)

Secondo John Kilduff di Again Capital, le quotazioni del Wti scenderanno molto presto in area 55 dollari. L’uomo aveva previsto a gennaio il superamento dei 70 dollari per il Brent, cosa che è avvenuta la settimana successiva. Ha spiegato questa sua previsione, basandosi sul cambio americano: “quando il dollaro stava a 86 (media contro le altre valute), il Wti saliva a 66 dollari; ora il dollaro sta a 90 e il Wti è sceso a 61”.

Il petrolio resta di quasi il 16% più alto su base annua, ma ancora lontanissimo dai massimi toccati nel 2008 e quasi replicati a metà del 2014, quando superarono abbondantemente i 100 dollari. E sappiamo quanto il rialzo delle sue quotazioni internazionali abbia contribuito negli ultimi mesi a surriscaldare le aspettative d’inflazione presso le economie consumatrici avanzate, dopo anni di bassa crescita tendenziale dei prezzi. Il rincaro del greggio è stato determinante nel fare salire di una quarantina di punti base i rendimenti decennali dei Treasuries, ora ormai stabilmente in area 2,85%, ai massimi da 4 anni.

Gli effetti di un ripiegamento sui mercati

E il “sell-off” azionario di questi giorni è stato scatenato proprio dal boom dei rendimenti obbligazionari, in scia alle attese di inflazione e tassi reali più alti. Adesso che il petrolio segnala di tornare a quota 60 dollari, le aspettative d’inflazione potrebbero tornare a raffreddarsi, sostenendo i corsi obbligazionari da un lato e, tramite tassi attesi meno alti, anche quelli azionari. D’altra parte, le quotazioni del greggio dipendono dalla legge della domanda e dell’offerta. I consumi si mostrano solidi, in scia a una crescita globale robusta, ma l’offerta sta sorprendendo al rialzo negli USA e dovrebbe aumentare anche in Iran, il cui ministro per il Petrolio, Amir Zamaninia, ha annunciato che la capacità produttiva del paese sarà innalzata di 700.000 barili al giorno a 4,7 milioni entro 4 anni, ma con la prospettiva di arrivare a 1 milione in più, nel caso di accordi con le compagnie straniere.

Per contro, le riserve commerciali di petrolio negli USA sono diminuite di quasi 114 milioni di barili dall’apice toccato nel marzo dello scorso anno, riducendosi di oltre un quinto e tornando ai livelli di 3 anni fa. Il calo evidenzia una domanda solida, ma la corsa della produzione fa svanire gran parte dell’ottimismo sui prezzi, lasciando il dubbio che il dato sia conseguente all’accordo OPEC per tenere invariata la produzione, con la conseguenza che gli USA ormai esportano la media di 1,5 milioni di barili al giorno nelle ultime settimane, supplendo all’offerta insufficiente di competitors come Arabia Saudita e Russia in Asia. (Leggi anche: Oro, azioni, bond e dollaro: ecco a cosa guardare per capirci qualcosa)

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Argomenti: Crisi materie prime, Economia USA, Petrolio, quotazioni petrolio

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