Petrolio USA, perché gli sforzi dell’OPEC potrebbero essere inutili

La politica del presidente Trump sul petrolio avrebbe un notevole impatto sul mercato mondiale. Vediamo come la prossima amministrazione si accinge a mutare gli equilibri.

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La politica del presidente Trump sul petrolio avrebbe un notevole impatto sul mercato mondiale. Vediamo come la prossima amministrazione si accinge a mutare gli equilibri.

Donald Trump è stato eletto ieri ufficialmente 45-esimo presidente degli USA, dopo avere ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (304 su 538) dei grandi elettori. Il risultato sarà ufficializzato il 6 gennaio prossimo, quando il Congresso effettuerà lo spoglio delle schede inviate dai singoli stati. Con la nascita della sua amministrazione, diverse saranno le novità in politica economica, a cominciare dal petrolio. Che quello energetico sia un tema, che sta a cuore al nuovo presidente, lo si capisce anche dalla nomina di Rex Tillerson, ceo di Exxon Mobil, a segretario di Stato. Sarà, insomma, un petroliere il successore di John Kerry, colui che curerà i rapporti diplomatici tra l’America e il resto del mondo.

I repubblicani, che torneranno al governo dopo otto anni di assenza, si apprestano ad apportare modifiche, tra l’altro, proprio al sistema fiscale americano, incentivando le esportazioni, in modo da tagliare il deficit commerciale. Come? Vi diamo un esempio si quanto potrebbe accadere al comparto petrolifero e quali conseguenze avrebbe ciò sulle altre economie del pianeta. (Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC un regalo all’America di Trump)

La proposta di incentivi alle esportazioni USA

Una proposta di Paul Ryan, speaker alla Camera della maggioranza, riguarda il cosiddetto “border adjustment”. Cos’è? Immaginiamo che una compagnia petrolifera texana venda il greggio estratto a una raffineria locale a 50 dollari al barile. Su tali ricavi dovrà pagare un’imposta del 20%, ovvero 10 dollari. Tuttavia, se decidesse di venderlo all’estero, non pagherebbe alcuna imposta. Ergo, le converrebbe esportarlo, in modo da sfuggire all’imposizione interna. In alternativa, chiederà alla raffineria un prezzo più elevato per vendergli il greggio, nel nostro caso di 62,50 dollari.

La stessa raffineria si troverà maggiormente propensa a comprare petrolio locale, perché potrà così detrarre dai ricavi il costo di acquisto del greggio, mentre se lo acquistasse dall’estero, non avrebbe diritto ad alcuna detrazione del costo e il 20% lo pagherebbe sull’intero ricavato.

(Leggi anche: Petrolio, prezzi spinti in basso o in alto da Trump?)

 

 

 

 

L’impatto sul mercato mondiale del petrolio

Una tale politica spingerà le compagnie americane a esportare di più e a importare di meno. Per la legge della domanda e dell’offerta, ciò dovrebbe aumentare i prezzi interni e diminuire quelli nel resto del mondo. Tuttavia, è altrettanto vero, che l’amministrazione Trump punta a rimuovere parecchi ostacoli di tipo ambientale per le trivellazioni, così da accrescere l’offerta. Se tale obiettivo fosse raggiunto, gli aumenti del prezzo del carburante alla pompa rispetto ad oggi potrebbero essere scongiurati, per quanto il costo interno resterebbe superiore a quello dei barili esportati.

L’America importa oggi, al netto delle esportazioni, meno di 5 milioni di barili al giorno di petrolio, quando solo dieci anni fa ne importava 12,7 milioni. La produzione giornaliera è salita a 8,7 milioni di barili al giorno, per quanto meno dell’apice di 9,6 milioni dell’aprile 2015. Con l’accordo OPEC, le quotazioni internazionali sono cresciute nel range attuale di 50-55 dollari, sufficiente a riattivare le estrazioni di diversi siti dismessi nei mesi scorsi negli USA. (Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC non sottrarrà i produttori dal taglio della spesa pubblica)

Il cartello guidato dall’Arabia Saudita potrebbe avere fatto un grande favore a Trump, facilitandogli l’attuazione della sua politica energetica, che sembra impostata su due assi: “drill, baby, drill!” e più esportazioni, non solo di greggio. Il successo di questa operazione deprimerebbe le quotazioni internazionali del greggio, rafforzerebbe il dollaro e per altra via taglierebbe il costo della vita per i consumatori americani, grazie a prezzi minori dei beni importati. A rischio ci sono, in particolare, le quote di mercato in Asia dei sauditi, che faranno di tutto per impedire agli americani di soffiargliele da sotto il naso, anche a costo di riportare il mercato indietro fino agli abissi dei 25 dollari.

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