Petrolio USA inonda l’Asia e con la risalita dei prezzi frega l’OPEC

Cresce la produzione di petrolio negli USA, mentre diminuisce quella dell'OPEC. La risalita dei prezzi internazionali potrebbe esitare una sconfitta per i sauditi, specie sul mercato asiatico.

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Cresce la produzione di petrolio negli USA, mentre diminuisce quella dell'OPEC. La risalita dei prezzi internazionali potrebbe esitare una sconfitta per i sauditi, specie sul mercato asiatico.

Se l’OPEC avrebbe nel suo complesso quasi raggiunto l’obiettivo di tagliare la produzione di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno, rispetto alla media di ottobre-novembre 2016, ovvero prima che fosse siglato l’accordo interno al cartello, gli USA di Donald Trump mostrano di andare nell’esatta direzione opposta. Le scorte di greggio accumulate al termine della settimana scorsa sono risultate in crescita di 9,5 milioni di barili a 518,1 milioni, circa 45 milioni in più su base annua, segno che le estrazioni sul territorio americano starebbero riprendendo con la risalita delle quotazioni e il loro stazionamento sopra la soglia dei 50 dollari.

Ma il dato più eclatante è forse un altro: le esportazioni USA sono state di 7 milioni di barili la scorsa settimana, ovvero la media di 1 milione al giorno.

Gli analisti sono parsi sorpresi, visto che la media nelle settimane precedenti era intorno alla metà, anche se in crescita a 685.000 barili al giorno nell’ultimo mese. In altre parole, gli USA sono stati in grado sia di accrescere le scorte, sia di aumentare le loro esportazioni, anche se restano chiaramente importatori netti di greggio, con 7,5 milioni di barili al giorno acquistati dall’estero nel corso della settimana scorsa, pur in calo dagli 8,8 milioni della settimana precedente. (Leggi anche: Petrolio USA cresce e prezzi forse a fine corsa)

Esportazioni petrolio USA raddoppiate

E così, mentre a gennaio l’OPEC tagliava la propria offerta giornaliera di 890.000 barili, gli USA inviano in Asia 7 milioni di barili del loro greggio, di cui 2 verso la Cina, stando ad alcune fonti. Il mercato asiatico è prezioso per le principali economie produttrici, perché è quello a maggiore potenziale di crescita nei prossimi anni, contrariamente alle mature Europa e America.

L’Arabia Saudita non potrà accettare in alcun modo di perdere quote proprio nel suo continente, dove già subisce la concorrenza di Iran e Russia, quest’ultima primo esportatore verso la Cina da alcuni mesi, scavalcando proprio Riad. Per quanto gli analisti sostengano che i ritmi dell’export USA non siano sostenibili e che, quindi, siano destinati a rallentare, qualche allarme sarà già scattato nell’OPEC, che tagliando la produzione è finita con il rendere più appetibili le quotazioni internazionali per le compagnie americane, le quali sono tornate ad estrarre più greggio dai pozzi, riesumando il boom del cosiddetto “shale”.

 (Leggi anche: Petrolio, USA pronti a sfruttare accordo OPEC)

Cambia la politica USA sul petrolio

Così stando le cose, non aspettiamoci in rinnovo dell’accordo OPEC a giugno, quando scade l’impegno dei membri aderenti. Anche perché l’amministrazione Trump punta sulle trivellazioni per spingere l’offerta interna, a differenza di Barack Obama, che poneva l’accento sulle energie rinnovabili. In questi giorni, la Casa Bianca ha allentato già alcune regole etiche per le compagnie petrolifere, dopo avere ordinato la costruzione di una pipeline nel North Dakota, che attraversa una riserva dei nativi americani. La musica a Washington è cambiata in fretta e leggendo i numeri, lo avranno iniziato a capire proprio i sauditi. (Leggi anche: Petrolio, Trump potrebbe fregare l’OPEC con la riforma fiscale)

 

 

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