Petrolio USA, offerta cresce e prezzi forse già a fine corsa

Le quotazioni del greggio si sono stabilizzate negli ultimi due mesi. D'altronde, nonostante il taglio della produzione dell'OPEC, gli USA sono tornati ad estrarre più barili.

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Le quotazioni del greggio si sono stabilizzate negli ultimi due mesi. D'altronde, nonostante il taglio della produzione dell'OPEC, gli USA sono tornati ad estrarre più barili.

Se l’OPEC ha già tagliato al 31 gennaio il 93% della produzione di petrolio, rispetto al target fissato alla fine del novembre scorso, scendendo a un’offerta complessiva di 29,89 milioni di barili al giorno (ad esclusione dei tre membri del cartello esentati dall’obiettivo), diversa sembra la direzione degli USA, dove il numero degli impianti di estrazione continuano a salire e al termine della settimana scorsa risultavano pari a 591 unità, segnando un incremento di 66 per quest’anno e di 152 rispetto allo stesso periodo del 2016 e salendo ai livelli più alti da 16 mesi. In termini percentuali, i siti estrattivi americani sono cresciuti del 12,6% in appena 6 settimane e del 35% su base annua. (Leggi anche: Petrolio, USA pronti a sfruttare accordo OPEC)

Cosa stia spingendo le compagnie a stelle e strisce a riattivare i pozzi dismessi negli ultimi due anni e rotti (-63,3% dal picco di 1.609 impianti attivi a ottobre 2014) è chiarissimo: la risalita dei prezzi. Rispetto a un anno fa, le quotazioni del Wti sono esplose del 69%. Si tenga presente, che si erano schiantate ai minimi da inizio Millennio tra il gennaio e il febbraio del 2016. Alle 14.25 di oggi, il Brent quotava a 56,24 dollari (-0,81%) e il Wti a 53,49 dollari (-0,69%).

Produzione USA di petrolio in crescita

Gran parte del recupero è arrivato proprio negli ultimi tre mesi, ovvero da quando l’OPEC ha segnalato la disponibilità concreta di giungere a un accordo per tagliare l’eccesso di offerta, effettivamente siglato il 30 novembre scorso a Vienna. Da allora, i prezzi sono tornati a crescere stabilmente sopra i 50 dollari, puntando a tratti fino alla soglia dei 60, ma arretrando nelle ultime settimane, perché i fondamentali del mercato non autorizzano fughe in avanti. (Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC rispettato solo dai sauditi)

Restando sempre negli USA, ad esempio, la produzione giornaliera si sta riportando non lontano dai massimi toccati a metà 2015, quando toccò i 9,6 milioni di barili. Adesso, è già a un soffio dai 9 milioni di barili, in aumento quest’anno del 2,3% o 200.000 barili, mentre il segno è negativo dell’1,7% su base annua.

Difficile che i prezzi del petrolio corrano ancora

Altro dato interessante riguarda le scorte di greggio, che al 3 febbraio scorso ammontavano a 508,6 milioni di barili, vale a dire in crescita di quasi 30 milioni quest’anno (+6,3%) e di 23 milioni (+4,7%) rispetto a inizio febbraio 2016. Analizzando i dati, si ottiene che la ripresa della produzione USA avrebbe coinciso con una risalita più o meno stabile dei prezzi intorno o sopra i 45 dollari, segnalando che le compagnie petrolifere americane sarebbero in grado di reggere quotazioni basse fino a quel livello, potendo incrementare le estrazioni per livelli superiori ad esse.

Se un barili rincarasse sui mercati internazionali ancora di più, a fronte dei tagli dell’offerta OPEC, gli USA sarebbero in grado di capitalizzare i guadagni, accrescendo la loro quota di produzione, a discapito del cartello. Per questo, è altamente improbabile che la corsa dei prezzi prosegua e, infatti, questi sembrano essersi stabilizzati intorno ai 55 dollari negli ultimi due mesi, a conferma che nessuno sul mercato starebbe scommettendo su una loro accelerazione improvvisa. Tutto questo, al netto dei ragionamenti sul super-dollaro. (Leggi anche: Prezzi petrolio stabili e occhio alle previsioni sul dollaro)

 

 

 

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