Petrolio, previsioni sui prezzi incerte sul Trump e ISIS

Fare previsioni sul prezzo del petrolio appare molto complicato in questa fase. A turbarle sono fattori geo-politici, come la linea estera dell'amministrazione Trump e gli accadimenti in Medio Oriente con l'ISIS.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Fare previsioni sul prezzo del petrolio appare molto complicato in questa fase. A turbarle sono fattori geo-politici, come la linea estera dell'amministrazione Trump e gli accadimenti in Medio Oriente con l'ISIS.

Prezzi del petrolio sostanzialmente invariati oggi a 53,53 dollari al barile per il Brent e a 50,66 dollari per il Wti americano. La notizia più importante per il mercato è stata nelle scorse ore quella del ripristino della produzione in Libia, dopo le interruzioni delle passate settimane, a causa degli scontri tra governo e milizie di opposizione. Tripoli è riuscita a tornare ai 700.000 barili al giorno, puntando a raggiungere 1,1 milioni di barili entro agosto. L’aumento dell’offerta non può fare piacere ai traders, che hanno rivisto in deciso peggioramento le loro previsioni sul greggio, dopo il boom delle quotazioni seguito all’accordo OPEC di fine novembre, quando 10 dei 14 produttori aderenti al cartello decisero di tagliare la produzione giornaliera di 1,2 milioni di barili al giorno, a cui si sono sommati 540.000 barili di minore offerta decisa da parte di altri 11 produttori esterni, tra cui la Russia.

Ma a complicare lo scenario è anche il fattore geo-politico. La stessa Libia segnala estreme variazioni mensili della sua produzione di greggio, a loro volta riflesso delle tensioni interne al paese, sconvolto da anni di guerra civile tra fazioni e dal terrorismo di matrice islamista. (Leggi anche: Petrolio, prezzi sotto 50 dollari per la prima volta da accordo OPEC)

ISIS e Trump pesano sul petrolio

L’ISIS è un fattore-chiave anche per il resto del mercato petrolifero, o meglio la lotta allo Stato Islamico. Con l’avvio dell’amministrazione Trump, cambia la strategia degli USA nel Medio Oriente e, in particolare, sulla Siria. Qualche giorno fa, il segretario di Stato, Rex Tillerson, incontrando i vertici di Russia e Turchia, ha esternato la volontà della Casa Bianca di accettare persino una permanenza almeno temporanea del regime di Bashir al Assad al potere Damasco, pur di vedere la fine dell’ISIS nell’area.

Musica per le orecchie di Vladimir Putin, che insieme al regime iraniano sostiene da sempre Assad in funzione anti-americana. E, tuttavia, la notizia non può essere accolta bene da sauditi, israeliani e turchi, tra i principali oppositori di Damasco. Si tratta di alleati preziosi dell’America nello scacchiere mediorientale, che non possono essere contrariati senza che ottengano nulla in cambio. (Leggi anche: Petrolio, sauditi tornano ad alzare la produzione)

L’accordo nucleare con l’Iran da rifare?

E la moneta di scambio potrebbe essere la linea dura di Washington verso Teheran sull’accordo nucleare siglato a fine 2015 e che ha dal gennaio 2016 eliminato le sanzioni occidentali contro le esportazioni dell’Iran, comprese quelle di petrolio. Secondo le linee-guida fissate dalla precedente amministrazione Obama, la Casa Bianca si riserva di monitorare ogni quattro mesi i passi in avanti compiuti dal regime dell’ayatollah Khameini sul fronte della distruzione dell’arsenale nucleare, che gli americani ritengono sia stato costruito per scopi militari e non civili.

E proprio in questi giorni, l’amministrazione Trump dovrà decidere se i segnali arrivati dall’Iran siano o meno positivi e se, pertanto, la politica della distensione sul fronte delle sanzioni potrà continuare o eventualmente essere riesumata. Da tempo, il presidente ha segnalato l’intenzione di rimettere in discussione l’accordo con Teheran, cosa che viene molto temuta dal mercato, perché porterebbe a variazioni brusche nell’offerta mondiale di greggio. Nell’ultimo anno soltanto, ad esempio, le estrazioni iraniane sono aumentate di mezzo milione di barili al giorno, arrivando agli attuali 3,9 milioni di barili giornalieri, ma puntando a superare la soglia dei 4 milioni, per obiettivo dichiarato dal ministro del Petrolio, Bijan Zanganeh. (Leggi anche: Perché le nuove sanzioni all’Iran di Trump potrebbero inguaiare Draghi)

Difficili nuove sanzioni contro il petrolio iraniano

Se c’è una cosa sopra ogni altra che l’Arabia Saudita teme di questi tempi è di perdere quote di mercato in favore dell’odiato Iran. Se le sanzioni fossero reintrodotte, Riad tornerebbe a guardare con maggiore serenità alla sua posizione commerciale in Asia, potendo anche prolungare l’accordo con i partner dell’OPEC per contenere la produzione, consapevole che l’Iran non approfitterebbe delle quotazioni più elevate per aumentare le proprie esportazioni. Dunque, nel medio termine non è semplice capire quale sarebbe l’effetto di un eventuale ripristino dell’embargo contro l’Iran.

In teoria, il Congresso USA, a maggioranza repubblicana, sarebbe sulle stesse posizioni di Trump, dato che la destra americana criticò sin dall’inizio la scelta dell’ex presidente Barack Obama di ritirare le sanzioni contro l’Iran. Non sarà facile, però, ripristinarle, anche volendo, dato che diplomazia del gruppo dei “cinque più uno” segnala di non volere tornare sui propri passi e le stesse compagnie petrolifere di vari angoli del pianeta hanno investito svariati miliardi di dollari per riallacciare le relazioni commerciali con Teheran. (Leggi anche: Petrolio, Trump potrebbe fregare l’OPEC con la riforma fiscale)

Come la politica di Trump incide sul petrolio

Infine, la politica energetica trumpiana si presta a una previsione ambivalente: il suo sostegno alle trivellazioni dovrebbe accrescere la produzione americana, rendendo le prospettive sui prezzi “bearish”; d’altra parte, il rifiuto a dare esecuzione all’Accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici appare positivo per il settore dei combustibili, venendo meno l’obiettivo di puntare sulle energie alternative da fonti rinnovabili. Per non parlare della politica estera di Trump, che sull’Iran potrebbe scatenare una corsa al rialzo dei prezzi petroliferi, ma che nel complesso sembra spingere a una più accesa concorrenza con l’OPEC sul piano della produzione. (Leggi anche: Petrolio USA inonda l’Asia)

 

 

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Argomenti: Crisi materie prime, Economia USA, ISIL-ISIS - Stato Islamico, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio