Petrolio, Trump potrebbe fregare l’OPEC con la riforma fiscale

La riforma fiscale dell'amministrazione Trump potrebbe stravolgere il mercato del petrolio, annullando gli sforzi dell'OPEC per sostenere le quotazioni.

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La riforma fiscale dell'amministrazione Trump potrebbe stravolgere il mercato del petrolio, annullando gli sforzi dell'OPEC per sostenere le quotazioni.

I primi passi dell’amministrazione Trump potrebbero colpire l’OPEC, proprio quando il mercato del petrolio sembra tendere verso l’equilibrio, ponendo fine a oltre due anni e mezzo di eccesso di offerta. La produzione negli USA sta risalendo e già si attesta a 9 milioni di barili al giorno. Al 20 gennaio scorso, su base settimanale il numero dei siti estrattivi negli USA è aumentato di ben 29 unità a 591, segnalando come la ripresa dei prezzi starebbe facendo tornare alle estrazioni pozzi dismessi nei mesi precedenti.

La riforma fiscale di Donald Trump potrebbe stravolgere il mercato petrolifero, come ha ammesso oggi Goldman Sachs. Lo speaker repubblicano alla Camera, Paul Ryan, ha proposto da tempo la cosiddetta “border tax”. Il meccanismo è semplice, quanto dirompente: il costo dei beni importati non potrà essere detratto dall’impresa ai fini fiscali, mentre il costo di produzione dei beni esportati sì. In questo modo, dovrebbero essere incentivate le esportazioni e colpite le importazioni. (Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC un regalo all’America di Trump)

Gli USA di Trump produrranno più petrolio?

Il fenomeno riguarderebbe anche il petrolio. Secondo la banca d’affari USA, un simile trattamento fiscale spingerebbe del 25% rispetto ad oggi i prezzi del Wti americano, il greggio prodotto sul territorio nazionale, che arriverebbe a costare, quindi, sul mercato intorno a 68 dollari, quotando a premio di 10 dollari sul Brent, quando ad oggi quota a sconto di una media di 3 dollari.

Il balzo dei prezzi avrebbe l’effetto, però, di stimolare la produzione interna di petrolio, che salirebbe di 1,5 milioni di barili al giorno entro l’anno prossimo, sostanzialmente sfondando la soglia dei 10 milioni. Per effetto di questi movimenti e scontando un apprezzamento del dollaro del 15%, continua Goldman Sachs, il Brent tra due anni costerebbe 50 dollari al barile, il 10% meno di oggi, a meno che l’OPEC non decida di tagliare ulteriormente la produzione per ridurre l’offerta e sostenerne le quotazioni. (Leggi anche: Sforzi OPEC potrebbero essere inutili)

 

 

 

 

L’OPEC potrebbe restare fregato

La “border tax” avrebbe, quindi, la conseguenza di abbassare le importazioni di petrolio da parte degli USA, in favore della produzione nazionale, riattivando il boom dello “shale”, interrottosi due anni fa.

Poiché questo non può avvenire subito, all’inizio gli americani subirebbero l’aggravio dei costi per l’aumento della tassazione sul greggio importato, ma con il tempo la maggiore offerta interna riequilibrerebbe il mercato, con prezzi più bassi per Brent e Wti e minore dipendenza energetica degli USA.

Ma oltre alla riforma fiscale, un’altra promessa di Trump, ribadita in questi giorni ai manager delle case automobilistiche, consiste nell’allentare le regole ambientali, incentivando le nuove trivellazioni. In questo modo, l’offerta di Wti dovrebbe aumentare, indipendentemente dal meccanismo di tassazione sopra esposto, frustrando gli obiettivi dell’OPEC, che dovrebbe far fronte a una minore domanda di petrolio da parte della prima economia del pianeta, ovvero a un eccesso di offerta, che rientrerebbe dalla finestra, dopo che sarà verosimilmente colmato nei prossimi mesi. (Leggi anche: Taglio tasse in America opportunità per l’Europa)

 

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