Petrolio troppo caro, Trump minaccia l’OPEC e anche l’Europa si organizza

Il petrolio resta caro per il presidente Donald Trump, che minaccia esplicitamente l'OPEC, ovvero l'Arabia Saudita. E anche le altre grandi economie, tra cui l'Europa, cercano di fare asse contro il cartello.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio resta caro per il presidente Donald Trump, che minaccia esplicitamente l'OPEC, ovvero l'Arabia Saudita. E anche le altre grandi economie, tra cui l'Europa, cercano di fare asse contro il cartello.

L’umore del presidente Donald Trump contro l’OPEC è nero. Basta leggere i suoi ultimi tweet per capire quanto adirato sia l’inquilino della Casa Bianca contro il cartello del petrolio. Durante la Festa dell’Indipendenza, l’altro ieri ha scritto parole che più chiare e minacciose non potevano essere: “Il monopolio OPEC deve ricordare che i prezzi di petrolio e gas aumentano e sta facendo troppo poco per dare una mano. Oltre tutto, mentre alzano i prezzi, gli USA difendono molti dei suoi membri per pochissimi $. Dovrebbe esserci reciprocità. RIDUCETE I PREZZI SUBITO”. Può piacere o meno, ma Trump ha il dono della schiettezza. Nessuno prima di lui (e forse nessun altro dopo lo sarà) è stato mai così chiaro. In queste poche parole, il presidente ha palesemente minacciato l’Arabia Saudita, affinché si attivi subito per alzare la produzione di 2 milioni di barili al giorno, come promesso all’ultimo vertice di Vienna a giugno. E l’America fornisce assistenza militare decisiva a Riad per la sua tutela nello scacchiere geopolitico mediorientale, specie contro il nemico iraniano. Adesso, vuole vederne i frutti, perché i benefici del maxi-taglio delle tasse varato a partire da quest’anno per famiglie e imprese americane stanno subendo limitazioni dal rincaro del prezzo del carburante alla pompa. Insomma, i consumi negli USA aumentano, ma potrebbero andare ancora meglio, se i soldi in più rimasti in tasca agli americani non finissero in buona parte per fare benzina a prezzi più alti dell’anno scorso.

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Ma non è solo Trump a cercare un confronto con l’OPEC, che nel novembre 2016 ha trovato un accordo al suo interno e con una dozzina di economie produttrici esterne, tra cui la Russia, per porre un tetto alla produzione e innalzare così le quotazioni. Anche gli altri principali mercati di consumo nel mondo stanno ipotizzando un asse contro il caro-petrolio, che se pure resta di circa un terzo più economico dei picchi di 4 anni fa, ha quasi raddoppiato i livelli dei prezzi nell’ultimo anno e mezzo per effetto di un’intesa tipica da cartello oligopolistico. E così, Times of India riporta che Cina e India avrebbero già avviato colloqui per mostrarsi unite rispetto ai produttori, confidando nel loro potere negoziale, costituendo nel complesso circa il 17% dei consumi mondiali.

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Non è tutto. A loro si aggiungerebbero anche Europa e Giappone, che già di recente avrebbero tentato di porre in essere sinergie per chiedere all’OPEC condizioni contrattuali più favorevoli. Insieme, rappresentano un altro 19% dei consumi mondiali, per cui tutte e quattro le economie farebbero il 36% della domanda di petrolio, superando la quota prodotta dalla stessa organizzazione. E su cosa potrebbero puntare contro il cartello guidato dai sauditi? Sulle energie rinnovabili. Nonostante i report dell’OPEC scrivano che nessun impatto significativo al 2040 avrebbe sul mercato petrolifero la diffusione di auto elettriche, la paura a Riad e tra le altre capitali dell’oro nero è tanta. Il greggio non è più un bene di consumo obbligato per la produzione di energia e i miglioramenti degli ultimi anni sul fronte tecnologico lo dimostrano. Europa, Giappone, Cina e India potrebbero creare una sorta di anti-OPEC in rappresentanza dei consumatori e barattare con l’organizzazione un rallentamento delle politiche di conversione delle economie verso l’uso di rinnovabili, in cambio di quotazioni più basse per il petrolio. Tutto questo, mentre la posizione negoziale dell’OPEC si riduce di anno in anno, con la quota della loro produzione sul totale ad attestarsi ormai attorno a un terzo e quella degli USA a salire.

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Per l’OPEC significherebbe produrre di più, anche se a prezzi minori, ma per un periodo di tempo più lungo, anziché di meno e a prezzi più alti, ma con il rischio di subire da qui a qualche anno un tracollo delle quotazioni per effetto della transizione veloce delle economie consumatrici verso le energie rinnovabili. L’unico problema vero a un accordo simile sarebbe lo stato di necessità in cui versano diversi stati produttori (Nigeria, Venezuela, Libia, etc.), i quali dipendendo eccessivamente dai proventi petroliferi per le loro politiche fiscali, non possono permettersi quotazioni relativamente basse. I sauditi, leader di fatto del cartello, sono i più proni a trovare un’intesa nell’interesse comune dell’economia mondiale e, quindi, loro. E’ su di essi che Trump cerca di fare leva, anche perché Riad stessa si mostra consapevole che più il petrolio resta caro a lungo, maggiore la crescita della produzione americana, che entro l’anno dovrebbe toccare gli 11 milioni di barili al giorno, dietro solo ai livelli russi. Insomma, conviene alla stessa OPEC non tirare troppo la corda, anche perché rischia di imbattersi in un nuovo 2008, quando in 6 mesi passò da quotazioni del Brent a 146 a 40 dollari al barile, in conseguenza della devastante crisi finanziaria globale. E nessuna grande economia può permettersi ad oggi di sostenere un deciso rialzo dei costi energetici, che equivarrebbe a inflazione e tassi più alti dopo un decennio all’insegna dell’accomodamento monetario senza precedenti. I tweet di Trump sono solo la punta di un iceberg.

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Argomenti: Economia Europa, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio

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