Petrolio troppo caro? L’OPEC pensa ad aumentare la produzione sin da giugno

L'OPEC e la Russia sarebbero pronti ad alzare un po' la produzione di petrolio per ridurre le quotazioni, salite ai massimi da 3 anni e mezzo. Preoccupazione per Iran e Venezuela, oltre che per le ripercussioni del caro barile sull'economia mondiale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'OPEC e la Russia sarebbero pronti ad alzare un po' la produzione di petrolio per ridurre le quotazioni, salite ai massimi da 3 anni e mezzo. Preoccupazione per Iran e Venezuela, oltre che per le ripercussioni del caro barile sull'economia mondiale.

Le quotazioni del petrolio rimangono ai massimi degli ultimi 3 anni e mezzo, anche se nella seduta odierna arretrano sia per il Brent (-0,89% a 78,66 dollari), sia per il Wti americano (-0,61% a 71,76 dollari) sulle voci di un possibile intervento dell’OPEC per concordare un allentamento dei termini dell’accordo con cui nel novembre 2016 il cartello decise di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno, stringendo una simile intesa con una decina di altri paesi produttori, tra cui la Russia, per un ulteriore taglio di 600.000 barili al giorno. Dunque, nel complesso si è concordato un abbassamento dell’offerta giornaliera di 1,8 milioni di barili. Per la quota spettante ai membri dell’OPEC, ad aprile l’obiettivo era stato centrato al 166%, ovvero la produzione è risultata essere scesa a livelli ben inferiori rispetto al target. E in 18 mesi, le quotazioni internazionali sono effettivamente quasi raddoppiate.

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A preoccupare il cartello petrolifero vi sono Venezuela e Iran. Caracas assiste inerte a un tracollo della produzione quotidiana sotto 1,5 milioni di barili, 800.000 in meno su base annua, a causa delle estreme difficoltà che sta vivendo la sua economia, praticamente in ginocchio da molti mesi e a corto di dollari e viveri. Contro l’Iran, invece, gli USA vorrebbero reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni, quasi annullate dal gennaio 2016 con l’accordo nucleare. Se Washington passasse ai fatti, a rischio vi sarebbe fino a 1 milione di barili al giorno di petrolio iraniano esportato. E la Casa Bianca studierebbe sanzioni simili anche contro il Venezuela, reduce da una tornata elettorale farsa, che ha visto trionfare il presidente uscente Nicolas Maduro.

Pertanto, i ministri del Petrolio di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia si dovrebbero incontrare la prossima settimana per discutere su come reagire all’impennata delle quotazioni, che rischia di impattare negativamente sull’economia mondiale e, in ultima analisi, proprio sulle prospettive a medio-lungo termine del mercato petrolifero. Il timore è che si raggiungano i 100 dollari con il surriscaldarsi delle tensioni internazionali, nonostante l’economia del pianeta non sembri pronta a un simile scenario. Tanto per fare un esempio, il caro greggio spingerebbe l’inflazione nelle economie avanzate a ritmi più veloci delle attese, costringendo le rispettive banche centrali a intervenire con rialzi dei tassi prima del tempo e con esiti potenzialmente rovinosi per la crescita e la stabilità finanziaria globali.

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Ma c’è dell’altro a preoccupare, in particolare, Riad. Le compagnie petrolifere americane stanno approfittando molto dell’aumento delle quotazioni, estraendo petrolio ai livelli sostanzialmente simili della Russia e davanti a quelli sauditi. Da qui a pochi mesi, gli USA potrebbero diventare il primo produttore mondiale, per quanto continuino ad essere un importatore netto, dati gli elevati consumi. Il rischio per l’OPEC e la Russia è di vedersi scavalcati in Asia dalle esportazioni americane, già esplose a 2 milioni di barili al giorno. Di questo passo, gli USA inizierebbero a prendere troppo piede in economie come Giappone, sud-est asiatico, India e Cina, le ultime due essendo mercati appetibili per i rampanti ritmi di crescita inusitati da decenni presso le economie avanzate.

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Serve porre un freno, ovvero rinunciare all’uovo oggi per avere la gallina domani. Per questo, già si discuterebbe sulla ripartizione dell’aumento dell’offerta tra i membri OPEC, anche se difficilmente Riad acconsentirà a una drastica crescita dei barili estratti sin dai prossimi mesi, avendo la necessità di tenere le quotazioni relativamente alte da qui all’IPO di Aramco di fine anno/inizio 2019, la compagnia petrolifera statale, dalla quale la monarchia saudita intende ricavare 100 miliardi di dollari con la cessione sul mercato del 5% del capitale, valorizzandola complessivamente sui 2.000 miliardi, una stima apparentemente troppo ottimistica.

Dal canto suo, il presidente americano Donald Trump ci spera. La benzina sta arrivando a costare 3 dollari al gallone, prezzo politicamente molto sensibile, specie a ridosso di una scadenza elettorale per le “midterm” di fine anno. Via Twitter, ha chiesto all’OPEC nelle settimane scorse di abbassare i prezzi del greggio, che terrebbe “artificiosamente alti”. Non che il cartello voglia accontentarlo, ma con il vertice di giugno a Vienna potrebbe finire con il farlo, magari facendo ripiegare le quotazioni del Brent in area 70 dollari, allentando la pressione anche sul Wti, che scenderebbe intorno ai 65 dollari. Livelli più bassi per il momento non sembrano credibili, anche perché, più che rivedere gli obiettivi di 18 mesi fa, l’organizzazione punterebbe ad aderirvi alla lettera, dopo avere strafatto nei mesi passati, facendo scendere così le scorte commerciali in linea con i livelli ambiti dagli oltre 3 miliardi di barili a cui si erano portate prima della risalita dei prezzi.

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Argomenti: Petrolio, quotazioni petrolio