Petrolio, taglio della produzione o de-peg per l’Arabia Saudita?

Le quotazioni del petrolio risalgono un po' oggi, ma lo scenario resta negativo. E determinante potrebbe essere il "peg" in Arabia Saudita.

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Le quotazioni del petrolio risalgono un po' oggi, ma lo scenario resta negativo. E determinante potrebbe essere il

Le quotazioni del petrolio sono in risalita quest’oggi di 74 centesimi a 38,25 dollari al barile per il Wti americano e di 56 centesimi a 40,82 dollari per il Brent, restando, in ogni caso, intorno ai valori minimi degli ultimi 7 anni. I guadagni di queste ore sono dovuti essenzialmente a 2 dati: il calo delle scorte di greggio negli USA e la crescita degli ordini di macchinari in Giappone ad ottobre. Le prime sono stimate in calo di 1,9 milioni di barili al termine della settimana scorsa, stando ad American Petroleum Institute, quando gli analisti si aspettavano una lieve crescita. I dati ufficiali del Dipartimento dell’Energia di Washington sono attesi per oggi. L’aumento degli ordini dei macchinari in Giappone sorprende positivamente, perché segnala una possibile crescita prossima della produzione industriale, un fattore positivo per la domanda di greggio.

Fine o no del peg tra rial e dollaro?

Tuttavia, la ripresa dei prezzi potrebbe durare poco. Il sentiment sui mercati resta negativo, tanto che Morgan Stanley stima quotazioni fino a 25 dollari al barile, tra rialzo dei tassi USA, fine delle sanzioni contro le esportazioni iraniane e ulteriore rallentamento della crescita in Cina. Per gli analisti americani, solo un evento traumatico (“black swan”) potrebbe cambiare le carte in tavola. L’evento di cui parla Morgan Stanley è la fine del “peg” in Arabia Saudita tra rial e dollaro. Da 30 anni, la valuta del regno è ancorata al biglietto verde a un cambio fisso di 3,75. Se fino ad oggi questa misura ha assicurato a Riad una notevole stabilità sul mercato valutario e finanziario, negli ultimi mesi sta esitando tutti i suoi effetti negativi. A differenza della Russia, che ha lasciato fluttuare dal novembre del 2014 il rublo liberamente sul mercato, il governo e la banca centrale si sono mostrati indisponibili a compiere un tale passo, ma la conseguenza di questa rigidità è stata l’impennata del deficit statale dal 2,5% al 20% del pil.

       

Riserve saudite ancora abbondanti

Infatti, le entrate derivanti dalla vendita di prodotti energetici rappresentano quasi il 90% del totale in Arabia Saudita, per cui il tracollo delle quotazioni nell’ultimo anno e mezzo ha causato una grave crisi fiscale, finora non preoccupante per il fatto che il paese detiene il più basso debito pubblico del mondo (intorno al 2% del pil) e riserve valutarie per altri 645 miliardi di dollari, dopo averle intaccate già per 90 miliardi dall’inizio dell’anno. Il Regno Saudita è tornato, quindi, ad emettere titoli di stato a medio-lungo termine dopo 8 anni, programmando emissioni per circa 100 miliardi di rial. Senza tagliare la spesa pubblica, però, l’FMI ha avvertito che le sue riserve potrebbero esaurirsi in 5 anni e data la prospettiva di un prezzo del greggio medio-basso ancora a lungo, il rischio di ritrovarsi senza sufficienti entrate esisterebbe, anche se non nell’immediato. Per questo, Re Salman ha davanti a sé 2 strade: o taglia i sussidi elargiti alla popolazione con generosità in questi anni e che ammonterebbero a non meno del 10% del pil, o svaluta il rial.

Taglio sussidi sarebbe più impopolare

In questo secondo caso, infatti, a parità delle quotazioni, il valore dei ricavi in valuta locale aumenterebbe e con esso le entrate statali. Per contro, la svalutazione porterebbe a un aumento dell’inflazione, che colpirebbe il potere di acquisto, in particolare, dei redditi medio-bassi, finendo potenzialmente per provocare malcontento sociale. L’alternativa, però, ovvero i tagli alla spesa pubblica, potrebbe essere politicamente più costosa. In realtà, esisterebbe una terza via: il taglio della produzione di petrolio. L’Arabia Saudita estrae quotidianamente oltre 10 milioni di barili, seconda alla sola Russia, mentre ne esporta intorno a 7,5 milioni al giorno, prima al mondo. L’output è ai massimi da almeno gli ultimi 30 anni e il suo aumento sta contribuendo a deprimere le quotazioni.

Riad pompa greggio dai pozzi, perché cerca di compensare con la quantità il calo dei prezzi, finendo così per stabilizzarli al ribasso.        

De-peg sarebbe notizia positiva o negativa per quotazioni petrolio?

In teoria, se tagliasse l’offerta, l’impatto sui suoi conti pubblici sarebbe negativo, ma con il passare dei mesi, le quotazioni risalirebbero e il mercato ne risulterebbe più equilibrato. In pratica, si tratta di scegliere tra una visione corta e una lunga. Ciò che ci suggerisce, però, anche l’ultimo vertice dell’OPEC è che i sauditi non hanno intenzione di percorrere questa strada, in quanto ritengono che ciò regalerebbe agli altri produttori quote di mercato, a loro discapito, come avvenne nel 1985, quando tagliò unilateralmente l’offerta, finendo per incentivare gli altri paesi ad estrarre più greggio, data la risalita attesa delle quotazioni. Risultato: il petrolio crollò a meno di 10 dollari al barile! Ma, ammesso e non concesso, che l’Arabia Saudita ponesse fine al cambio fisso (se lo facesse, dovrebbe svalutare di molto, altrimenti scatenerebbe solo la speculazione su ulteriori svalutazioni), sarebbe una notizia “bearish” o “bullish” per il mercato del greggio? A leggere il report di Morgan Stanley si direbbe che sarebbe una buona notizia per i produttori, ma è davvero così? Pensiamoci un attimo: se Riad sgancia il rial dal dollaro o se lo aggancia a un cambio più basso, lo farebbe per aumentare le entrate statali, ma segnalando così che intende risolvere la crisi fiscale senza tagliare l’output, bensì attraverso un’operazione puramente finanziaria. Dunque, il de-peg potrebbe rappresentare sì il “cigno nero” del mercato, ma nel senso che andrebbe letto come un evento temporaneamente funesto per le quotazioni.  

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