Petrolio sotto i 28 dollari con il ritorno dell’Iran e Roubini lancia l’allarme default

Quotazioni del petrolio fin sotto i 28 dollari al barile in apertura di seduta. Intanto, l'Iran torna ad esportare greggio e l'economista Nouriel Roubini mette in guardia dalla nuova possibile crisi innescata dai bond energetici.

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Quotazioni del petrolio fin sotto i 28 dollari al barile in apertura di seduta. Intanto, l'Iran torna ad esportare greggio e l'economista Nouriel Roubini mette in guardia dalla nuova possibile crisi innescata dai bond energetici.

La nuova settimana di contrattazioni si apre con cattivi auspici per il prezzo del petrolio, che in questo momento cede oltre il 2%. Le quotazioni del Wti perdono il 2,07% e scendono a 28,81 dollari, mentre quelle del Brent arretrano del 2,59% a 28,19 dollari, quest’ultimo in apertura era sceso fino a 27,72 dollari per le consegne a marzo. Nel fine settimana è stata annunciata la revoca delle sanzioni contro l’Iran, dopo che Teheran ha adempiuto agli obblighi derivanti dalla firma sull’accordo nucleare del luglio scorso.

Ciò le consentirà d’ora in avanti di tornare ad esportare greggio senza limitazioni. E il governo iraniano ha fatto sapere nei giorni scorsi che questa è la sua imminente preoccupazione. Di fatto, significa che sul mercato sarà sin da subito disponibile petrolio per un ammontare ulteriore di mezzo milione di barili al giorno entro poche settimane e un milione in più verosimilmente entro un anno da oggi.

Anche economia americana rallenta

Il petrolio incide molto meno che altrove sull’economia iraniana, pesando solo per un quarto delle sue entrate pubbliche, quando in Arabia Saudita rappresenta i 3 quarti del gettito fiscale complessivo. Ma è evidente che il regime degli ayatollah approfitterà della fine delle sanzioni per aumentare le entrate e alleviare le sofferenze patite dalla popolazione nell’ultimo decennio. I mercati asiatici non hanno preso bene stamattina l’annuncio ultra-scontato, scendendo ai minimi dal 2011. Ma a pesare sono state anche altre notizie, quelle provenienti dagli USA, dove le vendite al dettaglio sono diminuite e la produzione industriale è scesa per il terzo mese consecutivo a dicembre, tanto che adesso gli analisti stimano un rallentamento della crescita economica al +0,6% nel quarto trimestre dal +2% del terzo.        

Rischio default per bond energetici

Il calo delle quotazioni potrebbe proseguire fino ai 25 o forse anche 20 dollari al barile, anche se non mancano previsioni ancora più pessimistiche. Una certezza è che esso non fa bene affatto ai titoli del comparto energetico. I relativi bond ad alto rendimento, quelli considerati più rischiosi e il cui valore ammonta a 1.500 miliardi di dollari, alla chiusura di venerdì scorso risultavano scesi di circa il 5% su base mensile, mentre rispetto alla metà del 2014, quando il petrolio registrava il suo picco post-2008, valgono intorno al 30% in meno.

Il rendimento medio di queste obbligazioni è già al massimo storico del 17,43%, superando il 17,05% toccato durante la crisi finanziaria del 2008-2009. Ma gli esperti sottolineano che il confronto con allora non sarebbe rassicurante, dato che 7 anni fa l’impennata di questi rendimenti era in linea con l’andamento generale del mercato, mentre adesso sono in contrasto con i bassi tassi imperanti su di esso. E l’economista Nouriel Roubini, che previde la crisi finanziaria del 2008, lancia proprio l’allarme default del settore energetico, sostenendo che potrebbe essere evitato solo da un coordinamento tra le banche centrali. La Federal Reserve dovrebbe sospendere il rialzo dei tassi USA, la BCE proseguire con il potenziamento del “quantitative easing” e la People’s Bank of China diventare ancora più accomodante. Roubini spiega che solo se tale coordinamento sarà ritenuto credibile, la reazione degli investitori sarà positiva, altrimenti si rischia il collasso del comparto energetico, e non solo.        

Rallentamento Cina e occhio a yuan

In queste settimane di ripiegamento dei prezzi del greggio, si guarda con sempre più attenzione a Pechino, perché incide molto sul destino a breve dell’oro nero l’andamento dello yuan, ossia della valuta della seconda economia e importatrice del pianeta. Ebbene, oggi le autorità cinesi hanno annunciato la sottoposizione anche alle banche off-shore dei requisiti sui depositi in yuan, che saranno uguali a quelli richiesti alle banche cinesi. In pratica, d’ora in poi anche le prime dovranno accantonare a riserva parte della liquidità depositata presso di esse. Le grandi banche cinesi sono tenute oggi a rispettare un coefficiente di riserva del 17,5%. L’estensione della misura è tesa a limitare la speculazione sullo yuan sul mercato di Hong Kong, innalzandone il costo. Non è un caso che alla notizia, la valuta si sia rafforzata dello 0,5% a un cambio di 6,5855 contro il dollaro sul mercato off-shore.

In teoria, almeno questa sarebbe un buon segnale per il greggio, dato che un rafforzamento dello yuan implica un suo minore costo per gli acquirenti cinesi, quindi, un aumento potenziale della domanda. Ma lo scenario complessivo resta improntato al pessimismo. L’economia cinese rallenta e domani si avranno i dati sull’andamento del pil nel quarto trimestre, che dovrebbero confermare la discesa del tasso di crescita al di sotto del 7% su base annua nell’intero 2015, ai minimi dal 1990.  

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