Petrolio sotto 80 dollari, la discesa è una buona notizia per Draghi e l’Italia

Petrolio tornato sotto gli 80 dollari dopo un mese. Ecco le cause e perché la notizia non può che soddisfare la BCE di Draghi, recando benefici all'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Petrolio tornato sotto gli 80 dollari dopo un mese. Ecco le cause e perché la notizia non può che soddisfare la BCE di Draghi, recando benefici all'Italia.

Le quotazioni del petrolio sono scese nelle ultime ore sotto la soglia degli 80 dollari per la prima volta da un mese, perdendo l’11% in appena due settimane. Fino agli inizi di ottobre, gli analisti parlavano di una risalita verso i 100 dollari dopo oltre 4 anni, mentre è accaduto nelle ultime sedute che, malgrado alcuni fattori come le sanzioni USA contro l’Iran e le tensioni sul caso Khashoggi, i prezzi stiano ripiegando. Diverse le cause di questo declino inatteso. Anzitutto, l’America ha accumulato nelle ultime 4 settimane scorte petrolifere per 22,3 milioni di barili, l’incremento mensile maggiore dal 2015. Si tenga conto che la produzione americana ha raggiunto l’apice di 11,2 milioni di barili al giorno durante la prima settimana di ottobre, restando dietro ormai alla sola Russia. E l’Agenzia internazionale sull’energia ha tagliato le stime sulla domanda di petrolio per quest’anno e il prossimo di 110.000 barili al giorno rispettivamente a +1,3 e 1,4 milioni. Lo stesso ha fatto l’OPEC, secondo cui quest’anno la domanda mondiale di greggio crescerà di 80.000 barili al giorno in meno rispetto alle precedenti stime di settembre a 1,54 milioni, mentre nel 2019 salirà di 1,36 milioni di barili al giorno, -50.000 rispetto alle stime di un mese fa.

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Uno dei fattori di debolezza per il greggio internazionale è l’Asia. La Cina ha appena pubblicato le stime sul pil nel terzo trimestre, cresciuto del 6,5% su base annua, il ritmo più lento da 9 anni a questa parte. E non solo la seconda economia mondiale cresce meno delle attese e sta rallentando, ma il suo cambio si è deprezzato contro il dollaro di quasi il 10% da marzo. E l’India ha dovuto tagliare le accise sul carburante per frenare i rialzi eccessivi dei prezzi alla pompa, causati da un mix di domanda in crescita e tonfo della rupia contro il dollaro. Quest’ultima si è indebolita quest’anno del 14%, sprofondando ai nuovi minimi storici, arrivando a toccare quota 74. Cina e India fanno insieme importazioni per 13,5-14 milioni di barili al giorno, ossia il 14% della domanda mondiale. Peraltro, trattasi di economie in rapida crescita e per questo decisive per l’evoluzione dei prezzi delle materie prime. Il fatto che i rispettivi tassi di cambio stiano indebolendosi persino a doppia cifra non depone in favore della robustezza delle quotazioni petrolifere, in quanto ciò ciò colpirebbe la domanda della materia prima.

Non è un caso che l’Arabia Saudita sia tornata ad aumentare la produzione, già al record di 10,7 milioni di barili al giorno, non solo per rispondere alle pressioni della Casa Bianca contro le alte quotazioni, ma anche per salvaguardare uno dei mercati di sbocco più promettenti – l’India – grazie alla sua capacità estrattiva massima di 12 milioni di barili al giorno, stando anche alle ultime dichiarazioni del ministro del Petrolio, Khalid al-Falih. Inoltre, la minaccia di Riad di fare schizzare i prezzi “fino a 400 dollari al barile” non viene ritenuta reale, quanto un semplice avvertimento all’America di Donald Trump, affinché non insegua toni e azioni di altri stati come il Canada dei mesi scorsi sul caso del giornalista Jamal Khashoggi, pare ucciso all’interno del consolato saudita a Istanbul. Semmai, l’amministrazione americana starebbe sfruttandolo come pretesto per accrescere la sua pressione sui sauditi e ottenere la fine dell’accordo OPEC e siglato anche con la Russia, che negli ultimi due anni ha raddoppiato il prezzo del barile.

Gli occhi puntati di BCE e Fed sul petrolio

Per la BCE di Mario Draghi, non poteva esservi notizia migliore. L’istituto ha annunciato sin da giugno che cesserà gli acquisti dei bond nell’area condotti con il “quantitative easing” dal gennaio prossimo. Tuttavia, le condizioni economiche e finanziarie non sarebbero tali da consentire un’uscita veloce e decisa dalla fase monetaria ultra-accomodante. I timori riguardano essenzialmente i bond del Sud Europa e, in particolare, quelli italiani, che senza il sostegno di Francoforte finirebbero per schiantarsi, allargando gli spread rispetto ai Bund e creando tensioni persino politiche sull’aumento della spesa per interessi sui debiti sovrani. Per questo, qualsiasi notizia che andasse nel senso di raffreddare l’inflazione giustificherebbe la prudenza del governatore sul “tapering” e gli offrirebbe l’alibi per proseguire, se non con il QE, almeno con i toni accomodanti, allontanando la prospettiva di una stretta sui tassi da qui entro un anno.

L’Italia sarebbe al momento la principale beneficiaria del calo delle quotazioni energetiche, qualora proseguisse. Nel triennio passato, la sua economia ha beneficiato, come del resto le altre europee, del mix tra bassi tassi, cambio debole e mini-barile e tutto questo si è retto e ancora continua a reggersi sulle basse quotazioni del greggio, venendo meno le quali l’inflazione rialzerà la testa, i tassi dovranno salire e l’euro si rafforzerà. Non è un caso che, al netto delle tensioni politiche nell’area, il cambio euro-dollaro abbia ripiegato in appena 3 settimane del 2,7%, mezzo punto percentuale in più rispetto al rafforzamento medio del biglietto verde contro le altre valute. Un barile meno costoso potenzierebbe le condizioni per rendere da un lato meno veloce il prosieguo della stretta da parte della Federal Reserve (con tanto di giubilo di Trump), dall’altro rende formalmente più necessario il mantenimento dell’apparato degli stimoli nell’Eurozona.

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Argomenti: Arabia Saudita, Bce, Mario Draghi, Petrolio, quotazioni petrolio