Petrolio sotto 75 dollari, russi e sauditi contro Venezuela e Iran a Vienna

Vertice OPEC a Vienna questa settimana per cercare di calmierare le quotazioni del petrolio. Arabia Saudita e Russia d'accordo, ma altri paesi temono contraccolpi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Vertice OPEC a Vienna questa settimana per cercare di calmierare le quotazioni del petrolio. Arabia Saudita e Russia d'accordo, ma altri paesi temono contraccolpi.

Si tiene questo venerdì il vertice OPEC a Vienna, chiamato a discutere sul possibile innalzamento del tetto alla produzione di petrolio, concordato nel novembre 2016 e che ha tagliato di 1,8 milioni di barili al giorno l’offerta, in relazione ai livelli a cui era giunta allora, di cui 600.000 barili in meno a carico di una dozzina di produttori, tra cui la Russia. Per effetto di quella decisione, le quotazioni del greggio sono quasi raddoppiate, passando dalla parte bassa dei 40 dollari agli 80 dollari del maggio scorso. Adesso, però, il caro-barile inizia a farsi sentire e si teme una carenza dell’offerta nei prossimi mesi, quando l’Iran verrà colpita dalla reintroduzione delle sanzioni americane. Entro la fine dell’anno, Teheran potrebbe trovarsi costretta a ridurre le sue esportazioni di mezzo milione di barili al giorno, mentre il Venezuela ha ridotto le sue estrazioni quotidiane a meno di 1,5 milioni di barili e segnala di non essere capace di arrestare la costante discesa, conseguenza della devastante crisi economica che la sta travolgendo da tempo.

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Dinnanzi a un simile scenario, Arabia Saudita e Russia, che terranno un pre-vertice in settimana, vorrebbero concordare una diminuzione dei tagli, i quali formalmente rimarranno in vigore fino a tutto quest’anno, salvo una nuova proroga. Mosca sarebbe per aumentare la produzione fino a 1,5 milioni di barili al giorno, mentre Riad spingerebbe per qualcosa meno di un milione. In ogni caso, l’impatto sull’offerta complessiva e sui prezzi internazionali vi sarebbe. Del resto, in questo consiste uno dei loro principali obiettivi: calmierare le quotazioni per non colpire la crescita mondiale, ma anche per non incentivare eccessivamente le estrazioni negli USA, che stanno tendendo a 11 milioni di barili al giorno e che risultano già dietro solo a quelle russe.

Contro questa ipotesi si scagliano proprio i paesi più sensibili alle variazioni dei prezzi, ovvero Iran e Venezuela. Entrambi temono ripercussioni negative, se oltre al calo della produzione dovessero assistere pure a quello delle quotazioni. In effetti, i sauditi ambiscono proprio a punire i nemici storici nello scacchiere mediorientale, infliggendo loro pesanti perdite sul piano economico, in modo che abbiano le minori risorse possibili per finanziare organizzazioni all’estero come Hamas, Hezbollah, gli Houthi, il regime di Damasco, etc.

Il fattore Trump

E il presidente americano Donald Trump preme per un abbassamento dei prezzi tenuti artificiosamente “troppo alti”. Lo ha fatto già un paio di volte via Twitter in meno di due mesi. Egli teme contraccolpi elettorali a novembre per il rinnovo di parte del Congresso, nel caso in cui il costo di un gallone alla pompa dovesse sostare o lievitare sopra i 3 dollari, soglia ritenuta critica negli USA. Dalla sua avrebbe l’arma delle riserve strategiche, ad oggi pari a 665 milioni di barili e che potrebbe parzialmente ridurre per aumentare l’offerta interna e spingere al ribasso le quotazioni del Wti, al momento sui 65 dollari. E’ probabile che una simile decisione venga assunta in piena estate, nel corso della “driving season” o subito dopo, a ridosso delle elezioni.

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Il problema è tutto in seno all’OPEC. La Russia non ne fa parte, sebbene ormai faccia asse da tempo con l’Arabia Saudita, che del cartello ne è il leader di fatto. Insieme, fanno un quinto dell’offerta mondiale e, però, Riad non può permettersi di assumere decisioni in contrasto con la volontà della maggioranza dei partner, altrimenti l’organizzazione andrebbe a farsi benedire e il regno perderebbe quella sua capacità di persuasione su quell’insieme di stati, che nel totale incide per oltre un terzo dell’offerta mondiale di greggio. Del resto, la stessa compagnia petrolifera statale Aramco sta per sbarcare in borsa, attraverso una IPO che dovrebbe tenersi tra la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno prossimo. Per massimizzare gli incassi, bisogna che le quotazioni restino quanto più alte possibili, altrimenti il mercato non sarebbe affatto in grado di assicurare al Principe Mohammed bin Salman quei 100 miliardi di dollari attesi dalla vendita di appena il 5% del capitale.

Tutto si gioca su equilibri molto delicati. Le economie importatrici necessitano di quotazioni relativamente basse per crescere in linea con il loro potenziale e il principale problema di un rincaro eccessivo, in questa fase, sarebbe la necessità per le banche centrali di arginare il rischio reflazione ponendo fine agli stimoli monetari e alzando i tassi, dopo un decennio all’insegna dell’accomodamento più spinto. Tutto ciò, se avvenisse a ritmi più veloci delle attese, finirebbe per creare sconquassi finanziari ed economici globali, traducendosi in un nuovo tonfo delle quotazioni del greggio, come avvenne nel 2008, quando passarono dai 146 dollari al barile di giugno ai poco più di 40 di fine anno. Meglio accontentarsi dell’uovo oggi, anziché rischiare di ritrovarsi a mani vuote domani per il desiderio di prendersi la gallina.

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Argomenti: Arabia Saudita, Crisi del Venezuela, Petrolio, quotazioni petrolio