Petrolio sotto 60 dollari e OPEC pessimista, il cartello ha perso la bussola

OPEC pessimista sul mercato del petrolio per quest'anno. La maggiore domanda attesa inferiore alla crescita dell'offerta, trainata dai produttori esterni al cartello.

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OPEC pessimista sul mercato del petrolio per quest'anno. La maggiore domanda attesa inferiore alla crescita dell'offerta, trainata dai produttori esterni al cartello.

La domanda di petrolio per quest’anno crescerebbe di 1,1 milioni di barili al giorno, mentre l’offerta di 1,97 milioni. Sono i due numeri contenuti nell’ultimo report dell’OPEC, che segnalano il pessimismo del cartello guidato dall’Arabia Saudita sulla capacità del mercato di bilanciarsi nei prossimi mesi, consentendo alle quotazioni di risalire stabilmente. Invece, queste sono finite da settimane sotto 60 dollari per il Brent, “bruciando” i guadagni che il greggio aveva messo a segno sin dall’inizio dello scorso anno.

Rispetto all’apice toccate nell’ottobre scorso, cede quasi un terzo del suo valore.

Cinque anni di tagli alla produzione non sono bastati a far tornare le quotazioni su livelli che possano considerarsi soddisfacenti per i principali produttori. Resta lontano il ricordo del 2014, quando un barile di Brent era arrivato a comprarsi a 115 dollari. Da allora, l’offerta mondiale è cresciuta di circa 2,5 milioni di barili al giorno, ma non certo grazie ai membri dell’OPEC, che nel frattempo hanno lasciato la loro complessivamente invariata, scendendo di recente sotto i 30 milioni. Sono stati gli altri produttori ad estrarre più greggio dai pozzi, con gli USA a guidare la classifica con circa 3,3 milioni di barili al giorno in più rispetto alla fine del 2014.

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E a giugno, mentre a Vienna il cartello decideva di estendere di altri 9 mesi il taglio dell’offerta, gli stock di greggio accumulati dai suoi aderenti salivano di altri 31,8 milioni, attestandosi a circa 67 milioni al di sopra della media quinquennale. Questo significa che non solo l’OPEC sta tenendo bassa la propria produzione, ma che questa nemmeno finisce interamente sul mercato, venendo in parte accantonata a riserva per il futuro, così da non deprimere ulteriormente le quotazioni.

OPEC sempre meno incisiva sui prezzi

La strategia sin qui seguita dall’Arabia Saudita si è rivelata perdente. La discesa dei prezzi non è stata evitata dall’auto-restrizione, come dimostra il fatto che a inizio 2016 questi crollarono sotto i 30 dollari per la prima volta dai primi anni Duemila sui timori per il rallentamento dell’economia cinese.

A contribuire a tenerli bassi vi è stato certamente il super dollaro, correlato negativamente con le quotazioni della materia prima. Ad ogni modo, prezzi giù e produzione OPEC ferma o calante nell’ultimo lustro, mentre l’America passa di record in record ed è ormai diventata la prima produttrice al mondo, pur non ancora autosufficiente per via della domanda ancora più elevata.

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Il tonfo del barile riflette a sua volta anche un rallentamento globale divenuto palpabile in Europa e Cina negli ultimi trimestri e che s’incontra con un trend più strutturale, caratterizzato da un uso meno intensivo di combustibile fossile per la produzione di energia, grazie al boom delle rinnovabili e alla maggiore efficienza perseguita dalle principali economie avanzate. Una batosta per l’OPEC, che alla fine del 2014 sperava di mantenere intatte le proprie quote di produzione e di allontanare lo spettro di un concorrente americano sempre più temibile attraverso la “santa” alleanza tra sauditi e russi, che insieme fanno un quinto dell’offerta mondiale.

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