Petrolio sotto 60 dollari e il Canada lo svende a meno di 20, ecco le ragioni del crollo maggiore dal 2008

Le quotazioni del petrolio si schiantano sotto i 60 dollari e in Canada arrivano a valere meno di 20. Il crollo peggiore dal 2008 ha a che fare con i dubbi dei sauditi sul taglio dell'offerta, pressati da Trump.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio si schiantano sotto i 60 dollari e in Canada arrivano a valere meno di 20. Il crollo peggiore dal 2008 ha a che fare con i dubbi dei sauditi sul taglio dell'offerta, pressati da Trump.

Passare da oltre 86 dollari a meno di 58 dollari al barile in meno di due mesi è qualcosa accaduto in così breve tempo solo nel 2008 sul mercato del petrolio. Eppure, le quotazioni del greggio sono riuscite nelle ultime settimane a perdere un terzo del loro valore, scendendo sotto i 60 dollari per il Brent e a meno di 50 per il Wti americano. L’eccesso di offerta sta colpendo nuovamente i prezzi per la seconda volta in 4 anni, nonostante all’inizio di questo autunno si speculasse su un loro ritorno prossimo a 100 dollari. E’ andata esattamente al contrario, tanto che l’OPEC ha lanciato l’allarme a metà novembre e ha deciso, pur ancora informalmente, che taglierà la produzione di 1-1,4 milioni di barili al giorno, con l’Arabia Saudita ad accollarsi intorno alla metà dell’onere. Nemmeno queste voci hanno offerto sollievo all’oro nero, che anzi anche nelle ultime ore arretra ai minimi da oltre 13 mesi, scontando l’aumento delle scorte negli USA ai massimi da un anno, seppure a circa 80 milioni di barili al di sotto dei massimi storici toccati nei primi mesi del 2017. In più, Riad ha segnalato l’intenzione di tagliare la propria offerta, dopo averla portata a novembre ai massimi di sempre di 11,3 milioni di barili al giorno, purché anche gli altri facciano la loro parte.

Ecco perché il petrolio può crollare senza una pausa della Fed sui tassi USA

Gli altri chi? I partner dell’OPEC, anzitutto, tra cui la Libia, già esentata dal taglio di due anni fa, che ha messo anche stavolta le mani avanti, chiedendo di essere sgravata dall’onere. Ma l’altro grande produttore a cui i sauditi chiedono uno sforzo è la Russia, seconda al mondo per estrazioni quotidiane dopo gli USA, saliti incredibilmente al primo posto negli ultimi mesi. E il presidente Vladimir Putin, che solo un mese fa sosteneva pubblicamente che le quotazioni a 70 dollari fossero appropriate, adesso da Mosca fa sapere che i 60 dollari al barile sarebbero “perfettamente soddisfacenti” per il suo paese, pur aprendo a una collaborazione con il cartello petrolifero, così com’è stato negli ultimi anni. Putin ha anche lodato il principe Mohammed bin Salman (MbS) per la capacità mostrata, insieme al resto dell’organizzazione, di stabilizzare il mercato mondiale.

I tre maggiori produttori a colloquio

La Russia non ha alcuna impellenza a ravvivare le quotazioni, perché grazie al rublo debole e al cambio flessibile, oggi può ancora maturare dall’esportazione di un barile ricavi superiori in valuta locale di quando il Brent si vendeva sopra i 100 dollari. Se i russi non tagliano la loro offerta, i sauditi accetteranno mai di fare il lavoro sporco da soli, perdendo quote di mercato in Asia e finendo nel mirino dell’amministrazione Trump, che chiede loro esplicitamente di non aderire ad alcun accordo e di far cadere i prezzi? Su questi dubbi si registra il tonfo delle ultime ore, destinato a non lasciare spazio ad alcuna ripresa duratura fino al G20 di questo fine settimana in Argentina, quando si terranno alcuni faccia a faccia interessanti per l’evoluzione della vicenda tagli: quello tra Putin e il principe MbS da un lato, quello tra Donald Trump e MbS dall’altro (non ufficiale, stando alle dichiarazioni del segretario alla Sicurezza, John Bolton) e forse anche tra Trump e Putin. Sono i tre uomini che hanno nelle loro mani il futuro del greggio nel mondo.

La crisi del petrolio costa all’OPEC centinaia di miliardi

Il presidente americano ha rinunciato a perseguire Riad sul caso Khashoggi, il giornalista saudita ucciso nel consolato del regno a Istanbul da un commando vicino alla Corona. L’omicidio ha suscitato sdegno presso la comunità internazionale, ma la Casa Bianca non ha calcato la mano sulla vicenda, chiedendo in cambio piuttosto apertamente di ottenere lo sgonfiamento delle quotazioni petrolifere, a tutto beneficio dei consumatori americani e grazie al quale la Federal Reserve si prenderebbe una pausa sui tassi USA. I sauditi non possono ignorare le istanze di un alleato così potente, anche se probabilmente saranno costretti a tagliare l’offerta al meeting dell’OPEC a Vienna del 6 dicembre, altrimenti rischierebbero di alimentare un ulteriore crash sul mercato petrolifero. Per quanto la loro compagnia statale Aramco riesca a estrarre greggio coprendo i costi a quotazioni già sopra i 10 dollari, la materia prima finanzia ancora il 70% del bilancio di Riad, a cui servirebbero quotazioni sui 75 dollari per tenere i conti pubblici in pareggio.

Il Canada vende petrolio sottocosto

E se ci stupiamo per il ritorno del barile ai minimi da oltre un anno, dovremmo sapere che c’è chi da mesi lo estrae dai pozzi a prezzi molto più bassi. Il Canada attualmente vende il suo greggio intorno ai 18 dollari al barile, ossia a sconto di oltre 30 dollari rispetto al Wti, il benchmark per il mercato americano. E a luglio, lo sconto era arrivato persino a 50 dollari. Chiaramente, non è sempre stato così. Il divario a sfavore del Western Canadian Select (WCS) si attesta generalmente sui 15 dollari, ma è esploso quest’anno per una causa fondamentale: i colli di bottiglia provocati dalla scarsa capacità delle pipeline che trasportano il greggio alle raffinerie del Midwest, unitamente all’aumento della produzione domestica, che si attesta ora a 4,59 milioni di barili al giorno, di cui i tre quarti nella sola provincia di Alberta.

In pratica, le compagnie canadesi sono abituate a vendere i barili a sconto, dovendo considerare i costi di trasporto per far fluire il prodotto nel loro principale mercato di sbocco, ossia l’America, che rappresenta il 70% delle loro esportazioni. Con le strozzature di questi mesi, però, tale gap si è ampliato a livelli non sostenibili, se si pensa che mediamente estrarre il WCS costa 55 dollari al barile, circa tre volte i prezzi a cui viene venduto oggi, tanto che nelle scorse ore l’agenzia di rating canadese Dbrs ha minacciato di tagliare il suo giudizio sulle società attive nel comparto, qualora il problema delle basse quotazioni non venisse risolto al più presto. In effetti, ai prezzi attuali le compagnie vendono il petrolio sottocosto per quasi una quarantina di dollari al barile, finendo per segnare pesanti perdite. Il fatto che le pipeline non bastino più a trasportare il greggio le spinge a puntare perlopiù sul trasporto ferroviario, che risulta più caro di una media di 7-8 dollari al barile, incidendo per circa 12-20 dollari. A ciò si aggiunga che il boom dello shale negli USA ha appiattito la domanda americana di WCS, mentre lo sbocco asiatico non riesce nemmeno lontanamente a sopperirvi, data la distanza geografica tra mercato di produzione e quello di sbocco.

Il Canada è quinto produttore al mondo di petrolio e terzo detentore di riserve con 170 miliardi di barili, dietro solo ad Arabia Saudita e Venezuela. La crisi di questi mesi, pertanto, non starebbe riguardando un’economia secondaria per questa materia prima, bensì una delle sue principali esportatrici nette. Sarà felice Trump dei problemi accusati dai vicini di casa, avendo un pessimo rapporto con il premier Justin Trudeau, con cui ha litigato veementemente all’ultimo vertice canadese del G7, accusandolo di mala fede sulle tensioni commerciali tra le due economie, le quali di recente hanno raggiunto un nuovo accordo per soppiantare il NAFTA, dopo che anche con il Messico si era giunti a una riscrittura dei termini siglati nel 1994.

I rischi per il Canada da una guerra commerciale con gli USA di Trump

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Argomenti: Petrolio, quotazioni petrolio